di Marica Moscati e Roberto Sormani

Le donne ridotte a semplici “madri” anziché persone. I bambini considerati “minori” da proteggere anziché valorizzare. I loro diritti travisati, manipolati e poi negati. La genitorialità come legame essenzialmente biologico. L’idea di famiglia del governo viene da un mondo diverso da quello costruito con decenni di lotte e mutamenti anche radicali.

Questo osserviamo analizzando le parole del ministro Lorenzo Fontana in Commissione Affari Sociali alla Camera e quelle dell’onorevole Pillon e del ministro Salvini in Aula a Montecitorio meno di 24 ore prima. Affermazioni che riecheggiano il paradigma eterosessuale della famiglia e il paternalismo verso l’infanzia ancora dominante. Il tutto aggravato da mancanza di conoscenza tecnica.

Cominciamo dall’attacco gratuito ai figli delle coppie same-sex che, nati all’estero, hanno poi ottenuto la registrazione o iscrizione nei registri di stato civile in Italia. Benché Salvini, Pillon e Fontana pongano l’accento sulle coppie, l’impatto violento delle loro parole ricade solo e unicamente su quei bambini e bambine. Vietare le trascrizioni o iscrizioni di bambini concepiti e nati all’estero da coppie same-sex crea discriminazione tra bambini stessi: tra quelli che hanno un padre ed una madre (oppure due genitori same-sex, se in paesi che riconoscono la genitorialità) e i bambini italiani figli di partner dello stesso sesso.

La mancata trascrizione o iscrizione priva poi i bambini di:

1. diritto a non essere discriminato

2. diritto al nome

3. diritto alla famiglia

4. diritto di circolazione

5. diritti successori

6. diritto all’identità

7. diritto all’educazione a cui secondo la Convenzione entrambi i genitori devono provvedere.

8. diritti patrimoniali.

Si vorrebbe insomma privare legalmente i bambini di quello che, nei fatti e nella vita famigliare, è già un genitore.

Lo fanno con riferimenti a un supposto “diritto ad avere un papà e una mamma” e alla Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia e adolescenza (1989). Riferimenti errati per più motivi. Anzitutto i termini “bambino” e “minore” vengono adoperati entrambi, ma un approccio basato sui diritti impone il termine child (bambino), come infatti fa la Convenzione sui Diritti dell’infanzia e adolescenza. L’uso della parola “minore”, che ricorre spessissimo in giurisprudenza, in politica e in dottrina italiane, tradisce una visione paternalistica dell’infanzia, basata sulla protezione, connotandone una posizione di inferiorità e giustificando la subordinazione del superiore interesse del bambino ad altri principi. Questo è sbagliato e va cambiato.

Si parla poi di “diritto a crescere con mamma e papà“. Errore! La Convenzione include “famiglia” o “genitori” senza riferimento al genere dei genitori (articoli 9, 10, 20). Tale approccio non è supportato neanche dalla ricerca, che al contrario dimostra come bambini e bambine crescano in svariati sistemi familiari senza sviluppare alcun disturbo comportamentale. La genitorialità è riconosciuta in tutte le sue manifestazioni e non più solo per il vincolo biologico (Corte di Cassazione 12962/2016 e 14878/2017).

L’attacco feroce e superficiale alla gestazione per altri e inseminazione artificiale meriterebbe un trattamento separato, ma una cosa va detta: le coppie attaccate hanno usufruito di tali procedure in paesi che tutelano tutte le parti coinvolte e i bambini stessi. Una veloce analisi comparata della legislazione di questi paesi lo dimostra (vedi lo Human fertilisation and embryology act 2008 del Regno Unito).

C’è poi un’offesa reiterata e velata alle donne, perpetuata con linguaggio finto perbenista. Nei loro discorsi la parola donna è associata sempre a termini quali: maternità; partorisce; figli. Queste affermazioni trasudano patriarcato! Pillon, Salvini e Fontana parlano della donna quasi esclusivamente come mezzo per procreare. Ma le donne esistono in quanto esseri umani titolari di diritti. E tra questi c’è anche quello a non procreare!

Un ultimo appunto. Pillon fa riferimento in modo generico a “un’evidente strategia portata avanti da due o tre studi legali” quali fautori della trascrizione o iscrizione di certificati di nascita formati all’estero. Benché non possiamo parlare per tutti gli avvocati e avvocate che si sono occupati di tali pratiche possiamo però evidenziare che gli avvocati e avvocate di Avvocatura per i diritti Lgbti – Rete Lenford e di Famiglie Arcobaleno sono cause lawyers o avvocati sociali. Nelle parole di uno di essi, “un avvocato sociale è un avvocato che decide di prendere in considerazione le questioni legali che coinvolgono interessi diffusi che, senza il sostegno di tali avvocati non sarebbero considerati. E l’avvocato sociale non lo fa per i soldi”. E’ solo grazie al loro lavoro che i diritti di molti bambini sono entrati a far parte del tessuto legale italiano. Ed è solo grazie a loro se quei bambini, quelle bambine e i loro genitori sono riconosciuti e rispettati. Un merito che vale più di vuoti richiami ideologici alla “famiglia”.