Forse non tutti sanno che in Italia le donne lavorano gratis per oltre due mesi l’anno. Gli uomini no, noi siamo pagati per 365 giorni. La parità di genere passa sempre di più per la parità salariale e nel nostro Paese non ci siamo proprio. Uno sguardo veloce alle statistiche: il divario salariale sfiora il 18% e l’Italia è in coda alle classifiche sul Gender Pay Gap, siamo all’82° posto su 144. Per risalire questa classifica ci sono almeno due ottime ragioni, in mezzo a mille altre, ma per tradurre la volontà e le parole in fatti occorre una buona legge. Le donne devono guadagnare come gli uomini: serve un Equal pay act.

Visti i numeri, la  prima ragione per la parità salariale emerge da sé: è una questione di diritti negati. Dopotutto, l’articolo 37 della Costituzione è di una chiarezza esemplare: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”. C’è poi una ragione più prosaica, ma sul piano pratico ben più efficace: perché converrebbe a tutti.

In altre parole, la parità di genere fa bene all’economia nel suo complesso. Ancora una volta dati a sostegno di questa tesi. L’istituto statunitense Ipwr (Institute for women’s policy research) ha calcolato che se le donne – a parità di età, livello di educazione scolastica, ore di lavoro e in aree geografiche tra loro omogenee – fossero state pagate come gli uomini, avrebbero ottenuto complessivamente 482 miliardi di dollari in più di quanto abbiano effettivamente guadagnato. La media per ciascuna donna è di 6mila 551 dollari in un anno. Questo significa non solo il dimezzamento del tasso di povertà femminile (dall’8,2% scende al 4%), ma anche un potere d’acquisto maggiore. In altre parole: soldi da spendere per aumentare i consumi, combattere un fenomeno deleterio come la deflazione, rimettere in moto l’economia.

Ecco perché la parità di genere è un’urgenza di cui occuparsi. Con una legge sulla parità salariale, tanto per cominciare, che obblighi le aziende all’equo trattamento di stipendio. Sappiamo che una norma esiste ma che non produce alcun effetto perché troppo blanda: è arrivato il momento di riprendere in mano la situazione e studiare un provvedimento che possa garantire alle donne lo stesso trattamento economico degli uomini. Ogni altro aspetto, dall’emancipazione femminile alla maternità, dalla conciliazione sino alla violenza di genere, passa dai soldi: l’indipendenza economica  è il primo presupposto per la libertà delle donne.

Ora, è singolare che sia stata l’Islanda – che già partiva da un’ottima posizione nella classifica mondiale dell’equità salariale – la prima in Europa a varare una legge che obbliga le aziende alla parità di stipendi, per cui il traguardo del “divario zero” nel 2022 è già a portata di mano. Da noi c’è stata per fortuna la legge Golfo-Mosca che sette anni fa ha imposto una quota pari a un quinto del genere meno rappresentato nei Cda delle aziende. Una legge necessaria e lungimirante, concepita per durare 10 anni, nella speranza che le cose sarebbero cambiate e che la parità si sarebbe quantomeno avvicinata. Invece no: per quanto per fortuna l’effetto di questa norma abbia riequilibrato la situazione, le donne al vertice sono ancora troppo poche ed è anche questa una delle ragioni per cui i loro stipendi sono inferiori. Quante top manager conoscete?

La più odiosa delle discriminazioni resta comunque quella che vede, a parità di mansioni, stipendi diversi a seconda del genere. Un fatto così, semplicemente, non può più esistere. Ad oggi, l’unica “arma” legislativa che possediamo per contrastare questo fenomeno risulta piuttosto scarica. Si tratta di un solo articolo all’interno di un Decreto del 2006. Una legge che non riesce a obbligare ciò che vorrebbe perché non sanziona e soprattutto perché non riguarda strettamente la parità salariale, ma la trasparenza nei trattamenti del personale maschile e femminile.

Pubblicare le buste paga è senza dubbio importante, ma affinché cambi qualcosa occorre inserire una forma di condizionamento reale: a cominciare dalle aziende quotate e dalle società pubbliche per arrivare alle private. Perché i diritti sono universali e non cambiano a seconda della società che ti assume, ma dal grado di civiltà del Paese che abiti. L’Italia ha fatto grandi passi in avanti sui diritti civili negli ultimi anni, sarebbe giusto proseguire su questa strada e diventare capofila con una legge che riesca davvero ad abbattere il divario salariale.

E anche a tappare la bocca a individui come l’eurodeputato polacco Janusz Korwin-Mikke, che nell’aula di Strasburgo ha osato dire: “È giusto che le donne guadagnino meno, perché sono più deboli, più piccole e meno intelligenti”. Mica vogliamo continuare a fargli dare ragione dalle statistiche, vero?