La milionesima tregua lungo la Striscia di Gaza fra Hamas e Israele quanto durerà? Anche questa è davvero fragile, come dimostra il tentativo di infiltrazione di ieri mattina e il conseguente bombardamento dell’Idf, l’esercito israeliano, contro una postazione di Hamas. L’estate è la stagione della guerra a Gaza e si moltiplicano le richieste al premier Benjamin Netanyahu per un intervento risolutivo, che disinneschi i pericoli dalla Striscia. Il quesito per Gaza resta sempre strategico. La Striscia è piena di cunicoli, trappole, ogni vicolo diventa una trincea. Non è riconquistabile militarmente – se non con un prezzo altissimo di vite umane – e poi i “successori” di Hamas potrebbero essere assai peggiori.

Le tv israeliane continuano a mandare a rullo continuo le immagini degli incendi provocati dai palloncini e dagli aquiloni nei campi coltivati vicino al confine. Trattano l’ultima invenzione militare palestinese come un grave disastro nazionale: perfino Hamas è stato sorpreso dai “risultati” e non c’è dubbio che cercherà di spremere tutto il possibile da questa tattica prima di fermarsi. Questa enfasi sta creando un vortice di circostanze che sta spingendo Israele verso un angolo pericoloso.

La leadership politica del Paese ha perso la calma. Ha paura di dire ai suoi cittadini la verità: che gli aquiloni incendiari mandati da Gaza creano un problema di sicurezza per le comunità israeliane vicine alla Striscia e sono una minaccia da affrontare con determinazione ma gli incendi – che fino ad ora non hanno causato un graffio a un singolo israeliano – non sono motivi sufficienti per andare in guerra. Questi sentimenti non vengono pronunciati in pubblico.

I leader politici – già prigionieri dei sondaggi – stanno diventando ostaggio delle loro stesse belligeranti dichiarazioni. Senza un cambiamento di approccio un’altra guerra – non necessaria – contro Hamas appare molto vicina. Eppure tra le attuali minacce vagliate al Comando Sud di Israele e alla Divisione di Gaza, aquiloni e incendi occupano solo il terzo posto. Al primo ci sono i tentativi di infiltrazione nelle comunità di confine attraverso i tunnel, col parapendio o con una breccia nel Muro di sicurezza. Poi c’è il lancio di razzi e mortai. E infine gli incendi. E anche i venti estivi sono problematici nel Sud, nel pomeriggio soffiano dal mare e spingono i palloncini incendiari nell’entroterra. Questa è l’unica parte di Israele dove la brezza estiva è motivo di rimpianti e non di un sollievo benedetto.

Mentre l’atmosfera sul confine di Gaza si riscalda, la 162esima Divisione corazzata ha terminato una esercitazione di due settimane nel deserto del Negev. Gli uomini al comando del brigadiere generale Oded Basiuk, si sono allenati fra Beer Sheva e gli adiacenti villaggi beduini, estremamente simili per morfologia a Gaza City e ai suoi dintorni. Le reti tv hanno filmato colonne di jeep che si muovevano attraverso il Negev e il messaggio è stato rapidamente ricevuto a Gaza. Alle telecamere, i comandanti delle brigate hanno parlato della loro fiducia nelle capacità delle loro unità. Ma tra le righe, in altre conversazioni senza microfoni, affiorava qualche dubbio: i comandanti sono ben consapevoli dell’esitazione dei politici a chiedere per Gaza una grande manovra di terra all’Idf. Alcuni prevedono che quando arriverà il momento della verità il governo opterà per fare affidamento esclusivamente sull’aeronautica e lascerà fanteria e carri armati sul confine. E una vasta campagna aerea, se non è seguita da una operazione di terra, non consente di mantenere il controllo di un territorio. Limiterebbe le perdite – fra i militari israeliani certo non fra i civili palestinesi – e certo non chiuderebbe la partita con Hamas.

Con le dimostrazioni sul confine, incendi e missili, Hamas ha riportato l’attenzione della comunità internazionale sulla crisi di Gaza. La mossa dei suoi leader, Yahya Sinwar e Ismail Haniyeh, è volta a rompere il blocco israelo-egiziano, la causa principale disfacimento delle infrastrutture e dei problemi economici a Gaza, che si aggiunge all’isolamento strategico del movimento islamista. Gli attacchi incendiari sono il sintomo di un problema: la crescente crisi umanitaria nella Striscia. La sfida è affrontarla senza permettere ad Hamas di sfruttare qualsiasi allentamento delle restrizioni per costruire la sua potenza militare. La recente decisione egiziana, con il consenso di Israele, di aprire il transito a Rafah per i camion comporta anche il rischio che Hamas lo sfrutti per riprendere il contrabbando di armi.

Dopo tre campagne militari nell’ultimo decennio, Gaza è in uno stato molto fragile. Un’altra guerra e potrebbe crollare completamente. A metà maggio, nel giorno in cui 60 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco dei cecchini dell’Idf durante le proteste di massa lungo il Muro di sicurezza, il sistema ospedaliero della Striscia era a malapena in grado di funzionare. C’era carenza di sangue, attrezzature, medicinali e personale medico. Hamas finge di ignorare tutto ciò e sta consapevolmente portando il pericolo della guerra molto vicino nella errata convinzione che estrarrebbe l’organizzazione dal suo isolamento.

Sia Israele che Hamas appaiono sordi agli appelli delle Nazioni Unite. Il tweet di ieri mattina dell’inviato speciale dell’Onu Nikolay Mladenov appare come un grido disperato: “Ciascuno a Gaza si allontani dal baratro (della guerra), non la prossima settimana, non domani, ma immediatamente”.

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