Sono i numeri a mettere a nudo l’ipocrisia spagnola sul terreno scivoloso delle politiche migratorie.

Le cifre rivelano che il governo dell’ex premier, il conservatore Mariano Rajoy, rimasto in carica fino allo scorso 2 giugno, ha tenuto ben chiuse le porte al flusso proveniente dall’Africa. La Spagna, una delle nazioni più esposte al fenomeno – anche per questioni geografiche – in realtà è uno dei paesi meno collaborativi nel sistema delle “quote UE”.

I numeri sono impietosi: in base agli accordi europei del 2015 il paese iberico si impegnava a gestire 19.449 pratiche di richiedenti asilo con provenienza principalmente dall’Italia e dalla Grecia. Impegni astratti, rimasti soltanto sulla carta, la burocrazia spagnola di fatto non è andata oltre il disbrigo di 2500 fascicoli di “asilados”, i disperati che affidano alle carte sull’asilo politico la speranza di fuga dai conflitti armati.

“Pacta sunt servanda” era il fulcro della Convenzione del diritto dei trattati di Vienna, quel principio portante è oggi solo una formula vuota.

Lo attesta il Tribunale Supremo spagnolo, organo equivalente alla nostra Cassazione, il quale, chiamato a pronunciarsi su un ricorso dell’associazione catalana Stop Mare Mortum, ha ritenuto inadempiente lo Stato centrale verso accordi internazionali vincolanti. L’associazione umanitaria, nell’aprile del 2017, aveva diffidato l’esecutivo di Mariano Rajoy al rispetto degli impegni assunti a Bruxelles, al silenzio del governo era seguita l’azione innanzi all’Alta Corte di Madrid. La sezione del contenzioso amministrativo, con sentenza resa pochi giorni fa, ha messo in luce come gli accordi tra Stati siano spesso operazioni di facciata, utili a sviare l’attenzione su un tema sensibile o ad acquietare la pubblica opinione.

In Spagna la pressione solidaristica – in Italia espressa di recente sui social con le “magliette rosse” – si era manifestata in cortei moltitudinari, culminati nella marcia dei 200 mila nelle vie di Barcellona sotto lo slogan “queremos acoger” (vogliamo accogliere).

Le cifre hanno detto ben altro, l’Unione europea assegnava alla Spagna quasi 20 mila fascicoli contenenti le storie di richiedenti asilo, nei due anni di riferimento (settembre 2015 – settembre 2017) il governo spagnolo avrebbe dovuto occuparsi di 13.086 richieste provenienti dalla Grecia e 6.363 istanze dall’Italia. Ne ha trattate appena 2500, nemmeno il 13% degli incartamenti affidati.

Ora si attende un cambio di passo dell’esecutivo di sinistra del premier Pedro Sánchez, ci crede la onlus Stop Mare Mortum la quale in una nota definisce la pronuncia del Supremo “storica e senza precedenti” perché esalta il principio di solidarietà nelle politiche migratorie.

Sarà un socialista a gestire il nuovo corso, dovrà garantire una più efficace risposta della burocrazia interna e maggiori aperture nel campo insidioso dell’accoglienza. Tanto accade mentre l’agenzia europea Frontex segnala un calo del 44% degli ingressi irregolari nel territorio Ue, i picchi insostenibili del 2015 – con oltre un milione e mezzo di rifugiati sbarcati sulle coste europee – sono lontani. Negli ultimi mesi sono stati circa 11 mila gli ingressi via mare in Spagna, quasi tutti su imbarcazioni salpate dal Marocco, oltre 13 mila gli arrivi in Italia.

Tuttavia, nella guerra di cifre ingaggiata tra i vari orientamenti politici ci sono dati che spesso sfuggono: la Spagna sopporta, più di altri paesi, la pressione delle migrazioni dall’America latina. Nel solo 2017 si sono stabiliti sul suolo iberico 34 mila colombiani, mentre un esodo è in corso da un Venezuela asfissiato dalla crisi economica.

Nei prossimi mesi si vedrà se il premier Sánchez saprà invertire la rotta sui richiedenti asilo che spingono dal continente africano. Intanto un ministro italiano, Matteo Salvini, nuota indisturbato nel mare della propaganda e dell’indifferenza.