di Sergio Cesaratto

Nel mese di giugno ho avuto la fortuna di partecipare a un workshop sulla riforma dell’eurozona organizzato da economisti post-keynesiani. Due presentazioni hanno particolarmente attirato la mia attenzione, non a caso di due studiosi tedeschi vicini all’establishment. Essi esprimono la filosofia “riformatrice” (sic) dell’attuale governo tedesco. Il resto non mi ha invece impressionato, a parte la buona volontà di alcuni e un battibecco finale di cui dirò. Gli economisti francesi, spagnoli e portoghesi mi sono sembrati molto accondiscendenti nei confronti della situazione attuale.

Il primo dei due studiosi, Jeromin Zettelmeyer, è uno dei firmatari dell’in/famous documento dei 14 economisti franco-tedeschi (Bénassy-Quéré et al 2018). Per una analisi critica del documento rimando a quanto ho già scritto in merito su Il Fatto Quotidiano. La filosofia di fondo che emerge dal documento è la subordinazione di ogni sostegno in caso di crisi del debito sovrano a una ristrutturazione del medesimo, che comprende in particolare un taglio del debito stesso a sfavore del settore privato. Insomma, ciò che si intende rafforzare è la disciplina dei mercati sulle politiche fiscali nazionali. L’ispirazione di questa posizione è da rintracciarsi nell’altrettanto in/famous non-paper di Wolfgang Schauble, la risposta tedesca alle proposte di Emmanuel Macron.

Questo era, in verità, quanto avevano già in mente anche gli estensori del Trattato di Maastricht (che in sovrappeso misero anche i noti paletti su deficit e debito). I mercati, tuttavia, abdicarono al ruolo a loro attribuito di sanzionatori della disciplina fiscale. Fino alla crisi, infatti, essi si attesero razionalmente che nessun Paese membro sarebbe stato lasciato fallire, pena la sopravvivenza dell’euro. La sicurezza di un bail-out europeo condusse così alla convergenza dei tassi della periferia europea, inclusi quelli italiani, al livello tedesco.

L’obiettivo corrente sarebbe dunque quello di demolire questa aspettativa, imponendo la logica del bail-in. Questo non potrà dunque che portare a una divergenza fra i tassi, ad esempio italiani, rispetto a quelli tedeschi. Tale divergenza si farebbe assai più marcata proprio nel caso di una crisi di fiducia: gli alti tassi sancirebbero a quel punto l’insostenibilità del debito di quel Paese, così costretto al default e alla ristrutturazione del debito. Come questo possa rafforzare l’euro, o invece non affossarlo definitivamente, non è dato sapere.

Ulteriore elemento di quest’approccio è la subordinazione dei limitati aiuti europei al rispetto delle regole fiscali e alle “riforme strutturali”. Circa tali aiuti, Berlino li gradisce attualmente nella forma di un fondo di investimento di una manciata di miliardi distribuiti su svariati anni – piuttosto che nella forma di un fondo di sostegno alla disoccupazione ciclica perorato nel documento dei 14 economisti e sostenuto dalla Francia.

Il secondo paper è del giurista Christian Calliess.

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