La vittoria della coalizione progressista imperniata sul partito Morena e sul suo leader Andres Manuel Lopez Obrador (Amlo) costituisce senza dubbio un evento storico. Dopo lunghissimi decenni contrassegnati da stragi, violazione dei diritti umani, costruzione di un vero e proprio Narcostato, femminicidi, corruzione dilagante e totale subalternità nei confronti del vicino statunitense, il popolo messicano torna ad eleggere finalmente un governo degno di questo nome.

E si tratta certamente di un governo eletto sulla base di un programma di sinistra. Basta, infatti, dare una rapida scorsa a tale programma per ritrovare una serie di elementi legati alla riproposizione di un pensiero solidale, che parte dalla riaffermazione delle esigenze e dei diritti del popolo. Altro che i fintopopulisti Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che hanno incentrato la loro azione sulla guerra contro i migranti. Il programma di Morena sostiene apertamente la necessità dell’autorganizzazione popolare per un cambio di regime. Morena si propone di lanciare una vera e propria rivoluzione morale basata sulla solidarietà, l’appoggio reciproco, il rispetto delle diversità, il rispetto dei diritti umani, il senso della comunità, l’amore per il prossimo e la cura dell’ambiente. Esattamente il contrario dell’insulso e dannoso cattivismo grillosalviniano che è il diretto riflesso dell’ideologia neoliberista che nega l’esistenza di qualsiasi dimensione collettiva.

I vari assi tematici di Morena rispondono in effetti all’esigenza di una completa rifondazione del Messico e, mutatis mutandis, potrebbero essere applicati anche ad altre situazioni, come quella italiana. Eccoli: pensiero critico, etica repubblicana contro la corruzione, democrazia partecipativa, sovranità popolare contro le privatizzazioni, pluriculturalismo e rispetto dei popoli indigeni, democratizzazione dell’informazione, nuovo modello economico che superi i fallimenti di quello neoliberista, eliminando i monopoli e i privilegi fiscali e recuperando la sovranità alimentare, ampliamento dei diritti sociali e lotta alla diseguaglianza, diritti umani e lotta alla violenza.

La sfida è di dimensioni gigantesche vista l’enorme decadenza dello Stato messicano che ha prodotto il predominio assoluto del narcotraffico, della criminalità e della corruzione e determinato nel corso degli anni migliaia di vittime, in particolare tra gli attivisti, i leader popolari e i giornalisti, bellamente ignorati il più delle volte dalla stampa asservita al potere imperiale che si affretta a registrare ogni starnuto di Nicolás Maduro strillando alla dittatura.

È noto come il principale problema del Messico sia la lontananza da Dio, ma soprattutto la vicinanza agli Stati Uniti, che dopo aver occupato illegittimamente, nel corso dell’Ottocento, importanti porzioni del territorio messicano – come il Messico e la California – ha sempre esercitato un’influenza estremamente negativa sulla società e l’economia locale, alimentando la crescita dei monopoli e della criminalità. Con l’ascesa al potere del modello di riferimento dei nostri gialloverdi, l’ineffabile Donald Trump, il rapporto storicamente sofferto e malsano tra Stati Uniti e Messico ha raggiunto inediti livelli. La volontà, irrealizzabile come ogni volontà del genere, di creare alla frontiera con il Messico un muro per impedire i movimenti migratori dalle regioni più povere a quelle ricche, facendolo inoltre pagare con assoluta improntitudine e arroganza agli stessi messicani, ha inevitabilmente innescato una sacrosanta reazione di orgoglio nazionale che ha finito per beneficare Amlo e Morena.

Dopo le battute d’arresto in Argentina, Brasile ed Ecuador, la strada verso una nuova America latina giusta, solidale, integrata, sovrana e indipendente dai poteri imperiali riprende oggi da Città del Messico. L’America latina si conferma il laboratorio politico maggiormente interessante del pianeta, mentre l’agonizzante Unione europea, fedele al richiamo di Trump, continua a decretare ingiuste sanzioni contro la patria di Simon Bolivar. Ma i decrepiti euroburocrati sono destinati all’estinzione, mentre, come dimostrato oggi dal popolo messicano e ben presto anche da quelli brasiliano, argentino ed ecuadoriano, l’America latina torna a impugnare con forza e determinazione le bandiere della democrazia e della giustizia sociale.