Con la decolonizzazione dell’Africa, iniziata dopo la Seconda guerra mondiale e sviluppatasi soprattutto negli anni 60 del secolo scorso, i Paesi occidentali iniziarono politiche di supporto ai paesi africani, finalmente liberi dal dominio coloniale ma poveri di risorse culturali con cui costruire in autonomia il proprio sviluppo economico. Tra la metà degli anni 70 e quella degli anni 90 una delle principali iniziative fu l’alta formazione dei dirigenti, del personale scientifico e, in modo particolare, dei quadri tecnici. Ricordo – da docente e organizzatore – i corsi di master presso le università di Birmingham, la Libre de Bruxelles, la Stranieri di Perugia e il Politecnico di Milano nel campo della scienza e l’ingegneria dell’acqua. Erano iniziative in-house, ma prevedevano anche periodi di formazione nei vari paesi africani. Si svolgevano progetti analoghi in Irlanda, Scozia e Italia. In Olanda, Belgio e Francia. E in Unione Sovietica.

Perché la cultura aveva uno spazio così importante, in quel periodo? Due sono le principali ragioni. La prima è la filosofia sociale che aveva dominato gli anni del dopoguerra, i gloriosi trent’anni della società del welfare: il sapere come ascensore sociale e strumento di emancipazione. La seconda era la rivalità con il mondo sovietico, che influenzava fortemente l’Africa: molti laureati africani, che venivano in Italia per il master, ostentavano con orgoglio la rivista marxista che Mosca stampava apposta per l’Africa. Ed era una delle riviste più diffuse tra i giovani quadri africani. Bisognava arginare il pericolo comunista.

Da più di vent’anni le cose sono cambiate, le iniziative culturali e formative sono scemate e sono calati gli aiuti infrastrutturali. Gli Stati hanno affidato la politica verso l’Africa soprattutto alle corporate; e le imprese hanno fatto il loro mestiere, innescando fenomeni di incetta delle risorse minerarie e processi di riconversione agricola. Le imprese non sono né buone né cattive, ma svolgono al meglio la propria missione in un contesto di globalizzazione economica e finanziaria.

Il land grabbing si è diffuso a partire dal 2008, in risposta alla crisi dei prezzi agricoli registratasi in quegli anni. Molti Paesi avanzati hanno sostenuto e sostengono le imprese che si assicurano il controllo delle riserve alimentari, poiché devono tutelare la propria sovranità e la sicurezza degli approvvigionamenti alimentari. Ciò ha condotto alla meccanizzazione spinta, con l’espulsione dei contadini, e alla sostituzione delle colture tradizionali. Nello stesso tempo, gli Stati sostengono chi produce i biocarburanti, che hanno giocato un ruolo importante – più di un quinto degli investimenti – anche per effetto della direttiva europea del 2009. Ciò ha reso più attraente la produzione di biocarburanti rispetto a quella di cibo, sottraendo ulteriori estensioni di terreni alla vecchia agricoltura di sussistenza in favore delle monocolture.

“Aiutiamoli a casa loro” non è soltanto uno slogan, ma l’unica concreta azione che può scongiurare la tragedia epocale che potrebbe produrre la migrazione di massa, prima dalle campagne verso le megalopoli africane, poi da queste verso i paesi europei. Finora, ne abbiamo visto un timido antipasto. Ma come aiutarli a casa loro? Confinare i migranti sul fronte africano settentrionale è un rimedio provvisorio, che avrà solo un effetto cosmetico e, soprattutto, provvisorio – a medio e lungo termine sarà sempre meno efficace.

Personalmente, credo che si possa fare qualcosa di buono anche nel modo più semplice: restituendo – prima di tutto – l’Africa agli africani, affinché diventino padroni a casa loro. Qualcuno teme che abbandonare il continente alla sua storia condannerebbe gli africani a dilaniarsi con guerre continue e feroci. Per questo motivo – assieme alla remissione del debito e alla restituzione di terre e acque e miniere – i paesi sviluppati dovrebbero imporsi l’embargo totale e assoluto alla vendita di armi all’Africa. E riannodare i fili culturali, offrendo agli africani i mezzi con cui costruire un sistema formativo diffuso e alimentare la propria cultura.