L’hanno definito un Carrie – Lo sguardo di Satana girato da Ingmar Bergman. Thelma, il film diretto da Joachim Trier, in uscita nelle sale italiane grazie a Teodora il 21 giugno 2018, non è poi così lontano da questa sintesi cinefila. Una struttura generale da cinema art house all’europea, una venatura costante e pulsante di horror che si quantifica e qualifica in tutta la sua concreta violenza solo sul finale, Thelma è un film spiazzante e sinistro, voluttuoso e raffinato, che probabilmente solo un cineasta che ha il completo controllo su ogni particolare produttivo e artistico sul suo cinema poteva ideare.

Thelma, interpretata dalla giovane e bella Eili Harbore, si è trasferita dalla campagna a Oslo per studiare biologia. Dopo un breve prologo in mezzo alla neve, dove avviene uno strano scambio di battute e azioni tra un uomo e una bambina, ecco la protagonista passeggiare per l’ateneo norvegese. Famiglia rigidamente cattolica a fare da cornice castrante, Thelma prova una forte attrazione sentimentale ed erotica verso una sua compagna di corso, ma viene spesso interrotta nei momenti di svago dalle telefonate dei genitori e colta in diverse occasioni da tremori incessanti che la fanno svenire. Nessuna epilessia, ma clinicamente “convulsioni psicogene”. Mentre noi scafatissimi spettatori sappiamo ed intuiamo che c’è di mezzo anche qualcosa di soprannaturale. I codici di genere però non prendono mai il sopravvento e Thelma, il film, sembra come vivere di un ritmo binario fatto di forza pulsionale della ragazza ed effetti fuori controllo del suo intimo volere. Usufruendo di più di 200 sequenze in CGI il film di Trier è così un lungo sortilegio fantastico/orrorifico (gli uccelli hitchockiani, i serpentelli penetratori) in cui gli improvvisi svarioni onirici screziano la trama lineare immettendo angoscia ed inquietudine, fino a quando sono i protagonisti in carne ed ossa a soccombere alle doti di psicocinesi, pirocinesi e assassine della ragazza.

La Harbore ha una sua intensa acerba voracità nel fagocitare personaggio e storia in un sol boccone. Anche se è Trier a imporre uno stile di ripresa che dilata la percezione dell’inspiegabile attraverso un’equilibrata miscela di dettagli e campi lunghi (la sequenza in sottofinale del padre in mezzo al lago ad esempio), e una pista narrativa a livello contenutisco che potrebbe perfino concedere possibili appigli per una vendicativa liberazione femminile in chiave antireligiosa e contro l’istituto familiare. Forse non del tutto compatto a livello espressivo ma film assolutamente affascinante.