Nella scorsa settimana i Paesi dell’Europa centrale sono stati colpiti da gravi inondazioni. I nubifragi hanno causato piene che hanno rotto gli argini o sormontato le sponde soprattutto nei bacini del Danubio e dell’Elba. Molti di coloro che vivono nelle regioni colpite di Austria, Repubblica Ceca, Germania, Ungheria e Slovacchia sono state evacuati dalle loro case. E per ora contiamo almeno 13 vittime. Nel fine settimana il maltempo ha colpito anche Francia e Germania. È accaduto in Bavaria e Baden-Wurttemberg, così come in Alsazia e in parecchi centri abitati nei dintorni di Parigi. E, mentre scrivo, i nubifragi stanno colpendo ora la Bretagna.

Nel contempo, la tempesta subtropicale Alberto è approdata in Florida, due giornalisti sono periti in North Carolina, l’Alabama è in stato di emergenza e una piena impulsiva – affatto simile a quelle che, in Italia, abbiamo battezzato bombe d’acqua − ha devastato Ellicott, un sobborgo di Baltimora in Maryland. Le autorità locali hanno paragonato l’inondazione all’improvvisa alluvione del 2016 che uccise due persone, ma l’acqua era “significativamente più alta” stavolta.

L’uomo che morde il cane fa notizia, ma non viceversa. Oppure il tedesco che a Capri borseggia un operaio napoletano, ma non il contrario. Poiché la solidarietà europea è un miraggio e l’internazionalismo è stato messo da parte, i giornali italiani non hanno parlato molto di queste inondazioni, frane e colate detritiche che stanno flagellando l’Europa e gli Stati Uniti. Per ora, l’Italia è stata risparmiata. E nessun cane è stato morso dall’uomo.

Il “contrattato” del nuovo governo non dimentica la questione idrogeologica: “Per contrastare il rischio idrogeologico sono necessarie azioni di prevenzione che comportino interventi diffusi di manutenzione ordinaria e straordinaria del suolo su aree ad alto rischio, oltre ad una necessaria attuazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico“. Un paragrafo abbastanza generico che varrebbe la pena di approfondire, anche perché viviamo in un Paese che (da sempre) investe pochissimo in prevenzione, non solo in termini economici ma anche sotto il profilo culturale ed educativo. E, con ritardi biblici, l’Italia implementa progetti talora superati, applicando costantemente la strategia dello scaricabarile.

Per prima cosa, va messo da parte il pensiero arcadico. Come ho scritto in Bombe d’acqua, questi pensatori sono fedeli a un archetipo del tutto ideale, fatto di nuotate nelle chiare, fresche et dolci acque dei fiumi, di galli cedroni che becchettano garbatamente il dorso dei cinghiali, di montagne incantate lambite dal bosco Atro, di contadini zelanti che cantano all’aratro trainato dal pio bove e presidiano il territorio. Peccato che non si possano difendere le città con la sola manutenzione, peraltro indispensabile, soprattutto se si riconosce che deve consistere in un insieme coordinato di nuove tecnologie di osservazione, rilevamento e controllo, da un lato; e della ricomposizione olistica di antichi mestieri in grado di svolgere attività diffuse e capillari sul territorio, integrando competenze ingegneristiche e forestali, geologiche e agronomiche, architettoniche e urbanistiche.

Secondo, vanno ripensate le strategie di pianificazione e progettazione delle opere, grandi e piccole. La qualità progettuale non è un inutile e costoso impiccio, ma la garanzia di efficacia, efficienza e durabilità di ciò che si fa. La competenza, l’esperienza professionale e l’onestà intellettuale sono requisiti indispensabili. La coscienza dei fallimenti prima che dei successi dell’ingegneria è il presupposto per realizzare opere utili, adeguate e sostenibili. I cambiamenti del clima, assieme alla conoscenza sperimentale di serie storiche aggiornate, imporrebbero di riqualificare gli standard. E bisogna vagliare fattibilità e costi per adeguare le difese esistenti e realizzarne di nuove; e valutare se questi costi, assieme ai limiti fisici, ambientali e urbanistici, ne consentano davvero la realizzazione o sia meglio seguire invece altre strade.

E, poi, diminuire l’esposizione al rischio, ridurre la vulnerabilità, azzerare il consumo di suolo, sperimentare una convivenza sostenibile con le catastrofi. La flessibilità di approccio è essenziale per sviluppare efficaci politiche di adattamento ai cambiamenti del clima. Sugli effetti al suolo c’è ormai un largo consenso scientifico, soprattutto in merito al loro impatto alluvionale; e, soprattutto, al loro impatto sui grandi centri urbani.