Tutto si può dire tranne che il governo sia silenzioso. Parla, parla, parla. Spesso straparla. Ma nel vocabolario di questo nuovo tempo mancano parole che ti aspetteresti e invece sono presenti quelle che non vorresti mai sentire. Mi sarei aspettato che di fronte alla fucilata che ha sepolto Sacko Soumayla, immigrato regolare e sindacalista dei suo compagni di sventura, braccianti agricoli sfruttati e spesso clandestini, tenuti sotto la sferza da imprenditori italiani schiavisti, il ministro del Lavoro che dichiara giustamente di battersi per la dignità di ciascun cittadino, avesse immediatamente preso la parola. Si fosse fiondato in Calabria per confortare gli sfruttati e decidere misure urgenti contro gli sfruttatori. Quel ministro è Luigi Di Maio, il capo politico dei Cinquestelle, la prima forza di governo.

Le parole che sono mancate in onore della morte di Sacko per mano violenta sono state compensate, in una tragica contemporaneità, da quelle del ministro dell’Interno Matteo Salvini che annunciava la fine della “pacchia” per i clandestini.

La pacchia, già.

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