di Paolo Bagnoli

L’intesa tra i 5 Stelle e la Lega consegna l’Italia alla destra. Ed è un qualcosa di diverso rispetto alle passate esperienze di governo del centrodestra. Questa volta, infatti, agiscono e interagiscono due fattori nuovi particolarmente rilevanti rappresentati dal non tanto recondito disegno leghista e dalla dimostrata inaffidabilità dei grillini il cui vuoto di consapevolezza istituzionale trova nella bramosia di Matteo Salvini per il governo una sponda non solo di tenuta, ma di probabile espansione. Già da questo lungo e surreale post-voto è emerso come stia prendendo il via un’avventura che non può che destare preoccupazione.

Ora, se l’improbabilità politica dei 5 Stelle rende difficile comprendere nel concreto l’esito del loro operare e del loro futuro, non così è per la Lega la quale – divenuta oramai partito nazionale – punta chiaramente a divenire una forza di destra strutturata; il solo pensare che il suo leader ami indossare la felpa di Casapound è un messaggio che parla da solo. Salvini, al quale non manca né furbizia né capacità tattica, dopo la riabilitazione di Silvio Berlusconi ha accelerato i tempi a costo di rompere  (perché di questo si tratta) quel centro-destra messo in piedi con Forza Italia e Fratelli d’Italia.

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È prevedibile che Salvini prenderà presto il sopravvento e, passo dopo passo, nascerà una destra muscolare, antieuropea, populista e demagogica al contempo, pronta a eludere ogni correttezza istituzionale pur di affermare la propria funzione sovranista. Il disegno, tra l’altro, è favorito dal solipsismo dei grillini che sono costituzionalmente sovranisti di se stessi essendo del tutto alieni al confronto e all’intesa politica e anche allo scontro che intendono e praticano nei termini plebei di un’arroganza che sfiora i limiti della volgarità: Beppe Grillo docet.

I germi di tutto ciò stanno nei fatti di questi giorni. Siamo a un nuovo capitolo della lunga crisi post Tangentopoli: quello della politica come mero fatto tecnico. Intanto, invece, di stendere un programma di governo si redige un contratto” – termine prettamente notarile – per andare al governo e poiché tale documento non è sorretto da alcuna seria intenzione politica, ma è solo uno strumento di servizio per arrivare a Palazzo Chigi. Qui, poi, le cose dovranno essere fatte con indirizzo politico, ma si prevede già che ci sia disaccordo e si rimedia con un “comitato di conciliazione”. Nella normalità, se ne dovrebbe discutere nella sede del Consiglio dei ministri, ma anche questo è un organo di servizio per i fini privatistici dei contraenti il contratto.

Al presidente del Consiglio, per Luigi Di Maio, spetta un mero compito di esecutore. Siamo in pieno vulnus costituzionale. Il percorso della costruzione del programma di governo, infatti, spetta al presidente incaricato, ma anche qui tutto è stato ridotto a mero fatto tecnico. Sicuramente la Costituzione è chiara in proposito; ma di ciò non se ne cale nessuno. In tale clima chi sarà il presidente del Consiglio, non potrà che essere un cosciente inconsapevole. Non c’è da meravigliarsi: in Italia potersi mettere una fascia è un qualche cosa cui è difficile resistere. Il presidente Sergio Mattarella, oltre al tanto tempo elargito, dovrebbe darne altro a Salvini e a Di Maio: quello per leggere e meditare la Costituzione!

In politica i passaggi ad alta criticità sono contraddistinti sempre da tanta confusione e vistose anomalie. L’anomalia più vistosa è rappresentata dal Pd, perdente e anestetizzato da Matteo Renzi. Rinunciando a giocare qualsiasi ruolo – lasciamo stare i proclami di queste ore che sanno di opaca pateticità – per irrisolvibili beghe di convivenza interna, hanno oggettivamente favorito la presa di campo della destra.

È una regola elementare della democrazia parlamentare che una forza di opposizione cerchi di operare per impedire agli avversari di realizzare il proprio disegno; di più dovrebbe esserlo per una forza che si dichiara di sinistra a fronte di una destra veramente tale e in crescita. L’occasione per giocare un ruolo si era presentata quando la rottura tra Salvini e Di Maio sembrava cosa fatta; forse, un serrato confronto con i 5Stelle non avrebbe portato alla nascita di un governo, ma sicuramente sarebbe servito a far scoppiare tante contraddizioni e, probabilmente, avrebbe pure impedito che si giungesse a questo punto. Di Maio ha detto che loro stavano scrivendo la storia; è vero, si è solo dimenticato di dire “una brutta storia” da cui il Pd non è fuori.

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