È un disco attorno al quale si è aperta un’ampia discussione, sui media e tra i fan, l’ultimo degli Arctic Monkeys intitolato Tranquillity Base Hotel & Casino. Distante mille miglia dal punk rock degli esordi e molto più vicino alle atmosfere dei Last Shadow Puppets, progetto parallelo del frontman Alex Turner, lo ascolti la prima volta e ti chiedi: ‘Ma che è successo, cos’hanno fatto?’. Lo ascolti la seconda e continui a non sapere cosa pensare. Quel che sai, però, è che non ti piace. Lo riascolti e cominci anche a stufarti. Lo ascolti quattro, cinque, sei, sette volte. Niente. Non va.

Ma la volontà di capire il perché non ti lascia, cos’è che li ha spinti a incidere un disco più vicino al sound di Serge Gainsbourg piuttosto che a quello degli Strokes (che come canta in apertura dell’album Alex Turner: “I just wanted to be one of The Strokes, now look at the mess you made me make…” ‘Volevo solo essere uno degli Strokes e invece adesso, guarda che casino che mi hai fatto fare…’)? D’accordo – pensi all’ennesimo ascolto – dopotutto, gli Arctic Monkeys sono noti per la loro tendenza a introdurre generi musicali diversi in ogni nuova pubblicazione. E finalmente, dopo innumerevoli ascolti, superato quell’ostacolo che poco prima ti appariva insormontabile, forse per il basso ritmo e l’agilità da bradipo che hanno praticamente tutte le tracce,  però a un certo punto cominci a vederci (e a sentirci) un po’ più chiaro. E a capire. Perché l’ultimo disco degli Arctic Monkeys richiede – appunto – tempo per capirlo. Non è un lavoro immediato, tutt’altro.

Strano destino per una band che ha ottenuto un successo supersonico non appena pubblicò il primo disco, peraltro da record, perché Tranquillity Base Hotel & Casino è un disco dal gusto retrò, con atmosfere soft, quasi jazz, con le chitarre quasi del tutto eliminate, in cui si è scelto di dare più importanza alle parole, e dunque al parlato, piuttosto che alle melodie e ai ritornelli. Quasi che la band volesse sfidare sul suo stesso campo i generi che vanno per la maggiore come il Rap o la Trap. Ma a modo loro, con sonorità che sono molto più vicine ai Last Shadow Puppets che ai Monkeys dei vecchi tempi. Turner si conferma paroliere geniale e musicista insaziabile, con quella capacità tipica solo dei grandi artisti, di sapersi reinventare di continuo. Il sound e le melodie, infatti, sono decisamente retrò, riportandoci indietro di quasi cinquant’anni con uno spassoso beat, in cui Turner sfoggia un cantato profondo e maledettamente intrigante, con una perfetta interpretazione da moderno crooner, a metà tra protagonismo poser e sfrontatezze da divo inarrivabile (Brani consigliati Four Out of Five, American Sports, The Ultracheese, Star Treatment).

Forse l’esperienza acquisita e l’apparente sicurezza che sfoggiano – oggi appaiono ben vestiti, con scarpe in pelle di serpente e soprabiti costosi,  da sembrare più personaggi di un film di Scorsese che dei rocker consumati della periferia inglese, qualcosa che non avresti immaginato nel 2006 – è il motivo per cui gli Arctic Monkeys hanno optato per un approccio più vecchio stile. E forse anche il fatto che l’uscita di Tranquility Base Hotel & Casino non sia stata anticipata dal lancio di singoli rientra in quest’ottica. Un approccio particolarmente audace se si considera che i servizi di streaming, che danno la priorità a singole tracce e playlist, sono cresciuti enormemente negli ultimi anni. L’obiettivo sembra chiaro: non contenti di cercare di salvare il rock ’n’ roll – memorabile fu un discorso di Alex Turner ai Brit Awards al riguardo nel 2014 – gli Arctic Monkeys vogliono salvare l’album come oggetto fisico, costringendo i fan ad ascoltare i loro dischi come si faceva un tempo piuttosto che aver a che fare con una playlist di canzoni liquida ai tempi di Spotify.