“Ma che modo è questo di raccontare i fatti”. E’ la frase materializzatasi nei miei pensieri dopo la lettura di Ernesto Galli della Loggia (“Di Maio, Renzi e Salvini: tre leader frutto dei tempi”, Corriere della Sera, 9-5-18). L’editorialista costruisce sofismi: mette insieme persone diverse, gli attribuisce caratteristiche comuni, trae conclusioni apparentemente logiche ma in realtà false. Aristotele parlerebbe di “sillogismi dialettici” (Topici).

Veniamo al testo: Salvini, Renzi e Di Maio “hanno conosciuto o molto giovani o per nulla la prima Repubblica, che pure costituisce il termine di confronto obbligato… sulla democrazia italiana. Ma per essi – leggiamo – è solo un sentito dire”. Che significa? Per giudicare un’epoca bisogna averla vissuta? Ma questo è solo un dettaglio. Sorvoliamo.

Il ragionamento di Della Loggia diventa inaccettabile quando da presunti dati biografici comuni ai tre leader, ricava conclusioni che – con tutta evidenza – non reggono. Vediamo: 1. Nessuno dei tre leader s’è mai impegnato in un lavoro continuativo; 2. Fin dalla loro adolescenza ha avuto una parte ragguardevole la politica. 3. Salvini e Renzi partecipano a trasmissioni televisive, “mentre Di Maio entra in contatto col mondo della ‘rete’ e un affabulatore come Grillo”. Senza farla lunga: che partecipare al telequiz di Mike e far politica creando meetup siano la stessa cosa andrebbe dimostrato.

Ma arriviamo al dunque. L’editorialista del Corriere, dalle premesse elencate deduce: “per i nostri tre leader” – cresciuti nel mondo dello spettacolo – “le forme del comunicare sembrano di gran lunga più importanti dei contenuti. Assistere da vicino alla perfomance di Mike Bongiorno… o avere a che fare tutti i giorni con i ‘like’ e i ‘vaffa’, sono cose che lasciano il segno”. E’ incredibile, ma sul Corriere, uno dei più venduti e influenti giornali italiani, si leggono analisi di questa profondità. Insomma, da anni il capo dei 5Stelle insiste (ossessivamente) sui temi: reddito di cittadinanza, abolizione della Fornero, no al Jobs Act, fine dei vitalizi, eccetera; come fa Della Loggia a dire che per Di Maio la comunicazione è “più importante dei contenuti”? Il Movimento nasce – è un fatto – per sconfiggere la politica parolaia e affrontare i temi. Questo pragmatismo l’ha reso incisivo e vincente. Altra cosa naturalmente sarà verificare se, una volta al governo – posto che ci arrivino – i pentastellati risolvano i problemi per i quali sono entrati in politica. Mettere insieme Renzi e Di Maio in presunte biografie comuni e accomunarli nella definizione di politici poco attenti ai contenuti, è un’operazione sbagliata. E falsa.

Come la successiva: i tre leader? “Il loro parlare non è un ragionare… è un seguito di affermazioni perentorie: promesse o minacce… Solo in Italia la comunicazione politica… ha come regola interventi non più lunghi di 45 secondi…”. Dimentica, Galli della Loggia, che negli Stati Uniti Trump ha vinto attraverso “affermazioni perentorie: promesse o minacce”, e che la comunicazione breve, via Twitter, è una sua specialità. Di più: Di Maio sta mostrando responsabilità provando a dare – fino all’ultimo minuto utile – un governo politico all’Italia. Il contrario di Renzi. Emergono differenze: altro che affinità.

Conclusione: quando si vuol a tutti i costi dimostrare una tesi precostituita, si rischia di forzare la realtà e inciampare in contraddizioni logiche e fattuali. Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche scrive: “I risultati della filosofia sono la scoperta di un qualche non senso e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio”. Similmente, un certo giornalismo cozza contro i limiti dei fatti: Ernesto Galli della Loggia farebbe bene a osservare quanti bernoccoli ha in testa.