I 12,4 miliardi necessari per evitare gli aumenti Iva previsti dalle clausole di salvaguardia vanno trovati con nuove entrate o riduzioni di spesa. Non aumentando il deficit, perché è indispensabile continuare sulla strada della riduzione del debito. E non si devono toccare “le riforme pensionistiche introdotte nell’arco degli ultimi decenni”, su cui “poggia in larga misura” la sostenibilità del debito pubblico italiano che è il secondo dell’area euro dopo quello della Grecia. La Banca d’Italia, nelle ore in cui si attende il nome della personalità scelta da Sergio Mattarella per guidare un esecutivo “neutro”, sbarra la strada alle tentazioni di uscire dal sentiero di aggiustamento dei conti. E lo fa in audizione davanti alle commissioni speciali di Camera e Senato sul Documento di economia e finanza del governo Gentiloni, su cui i partiti si preparano a presentare le proprie risoluzioni. Intanto l’Ufficio parlamentare di bilancio ricorda che, come certificato dalla Commissione europea, “in assenza di una manovra aggiuntiva” nei conti c’è un buco pari a 0,3 punti di pil, oltre 5 miliardi.

“Avanzo primario resta la bussola. Se torniamo indietro rischio crisi di fiducia” – Tutti, dal Pd al M5s, concordano sulla necessità di disinnescare l’aumento delle aliquote dell’imposta indiretta (da gennaio 2019 quella ordinaria passerebbe dal 22 al 24,2%, quella ridotta salirebbe dal 10 all’11,5%). Ma Luigi Signorini, vicedirettore generale di via Nazionale, ha avvertito che occorre farlo senza ridurre l’avanzo primario di bilancio, cioè la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi sul debito, che “resta la bussola che consente di mantenere fermo l’orientamento verso il riequilibrio della finanza pubblica”. “È a questo orientamento che guardano gli investitori. Se ora esitassimo o tornassimo indietro, resteremmo esposti al rischio di una crisi di fiducia, che potrebbe rendere tutto il percorso più arduo e costoso“, è lo scenario delineato da Signorini. “Al contrario, se diventerà ancora più evidente un intento condiviso di agire sugli squilibri strutturali della finanza pubblica, lo spread potrebbe ulteriormente ridursi, facilitandoci il compito”.

Con un avanzo primario “dell’ordine del 3-4 per cento del pil il debito”, ha ricordato Signorini, il debito “si potrebbe ridurre al 100 per cento del prodotto in circa un decennio, sotto certe ipotesi sulla crescita reale, sull’inflazione e sui tassi di interesse“. A legislazione vigente, secondo le previsioni del Def, l’avanzo primario raggiungerebbe il 3,7 per cento nel 2021. Ma questi dati sono calcolati dando per scontato che l’Iva aumenti. “Se invece si vuole evitare, o contenere, l’aumento dell’Iva e si è ugualmente determinati a imboccare la strada di una riduzione del debito visibile e significativa”, dunque, “bisognerà ricercare fonti alternative”.

Istat e Ufficio bilancio: “Per la crescita più rischi da un ritorno del protezionismo”– Dalla mancata sterilizzazione dell’Iva il prossimo anno “avremmo problemi” che si rifletterebbero con un ”minore tasso di crescita dello 0,1%”, ha aggiunto il presidente dell’Istat Giorgio Alleva in audizione, ricordando che ad aprile l’istituto ha rilevato “segnali di decelerazione, che prospettano uno scenario di minore intensità della crescita”. Ma sia per l’Istat sia per l’Ufficio parlamentare di bilancio i maggiori rischi per l’economia derivano dalle tensioni commerciali scatenate dagli Stati Uniti di Trump e da un ritorno al protezionismo. “La dinamica più contenuta degli scambi internazionali influirebbe negativamente sulla crescita complessiva del sistema economico, determinando una diminuzione del pil di 0,3 punti percentuali rispetto allo scenario base”, ricorda Istat riportando le previsioni del Def. Ma per l’Upb l’impatto è più ampio rispetto alle valutazioni riportate nel documento: -0,5 per cento.

“Nel 2018 rischio deviazione di 0,3 punti di pil” – “A fronte di un aggiustamento richiesto” dall’Ue “di 0,3 punti percentuali, ha aggiunto il presidente dell’Upb Giuseppe Tesauro, “le stime del Def 2018 mostrano un miglioramento del saldo strutturale pari a solo 0,1 punti di pil”. E, “in assenza di una manovra aggiuntiva, anche nel 2018 in media biennale vi sarebbe il rischio di una deviazione pari a circa -0,3 punti di pil, al limite della significatività. Si noti, inoltre, che secondo le stime più recenti della Commissione europea non vi sarebbe nessun aggiustamento strutturale nel 2018, evidenziando quindi il rischio di una deviazione pari a -0,3 punti percentuali”. Per  il 2018 la Commissione europea ha deciso “di applicare il proprio ‘margine di discrezionalità‘ per l’Italia il che implica il dimezzamento dell’aggiustamento richiesto dalla cosiddetta matrice da 0,6 a 0,3 punti percentuali. Tuttavia, come sottolineato dalla Commissione in più occasioni, non sarebbero stati concessi ulteriori margini di flessibilità, ovvero non vi sarebbe stata la possibilità di poter deviare dal percorso di aggiustamento”.

Aggravamento di disuguaglianza e povertà -“Per il 2017, il quadro fornito dagli indicatori di benessere mostra diffusi miglioramenti, associati tuttavia all’aggravamento di alcune criticità soprattutto sul fronte della disuguaglianza e della povertà assoluta”, ha ricordato Alleva. Gli italiani in povertà assoluta sono circa 5 milioni di individui, l’8,3% della popolazione residente, in aumento rispetto al 7,9% del 2016 e al 3,9% del 2008. Lo scorso anno in 1,1 milioni di famiglie italiane – 4 su 100, di cui oltre la metà residenti al Sud – “tutti i componenti appartenenti alle forze di lavoro erano in cerca di occupazione” e non si percepiva dunque alcun reddito da lavoro. Nel 2008 erano in questa condizione solo 535mila nuclei. Nel complesso si stima “un leggero miglioramento rispetto al 2016 (15mila in meno), ma la situazione al Sud è in peggioramento (13mila in più)”.

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