Un nuovo ricorso davanti alla Corte europea per i diritti dell’uomo contro l’Italia per il patto insanguinato con la Libia. E il rischio concreto che il nostro Paese venga condannato di nuovo è giusto dietro l’angolo: un coordinamento di Global legal action network (Glan), dell’ associazione italiana Asgi, dell’Arci e della Yale Law School’s Lowenstein International Human Rights clinic ha presentato stamattina, durante una conferenza stampa.

Era ora, bisogna aggiungere, perché la svolta pre-elettorale (con inganno) del ministro Marco Minniti ha cercato di spiegare con una sofisticata logica ciò che l’occhio più disattento e l’orecchio meno abituato alle vicende dei migranti avrebbero comunque colto: il governo Gentiloni non stava chiudendo una rotta illegale e mortale per aprirne una legale e sicura, come aveva promesso. No, stava -al contrario – cercando di ridurre l’impatto della sconfitta elettorale di marzo.

Di canali legali, a parte lo spot con i 163 rifugiati trasferiti dalla Libia a Roma in aereo, non c’è più traccia. A funzionare egregiamente e a pieno regime, al contrario, è la macchina dei respingimenti: a un anno da quello sciagurato accordo, il Mediterraneo è (quasi) sigillato e noi abbiamo tirato a lucido l’immagine della Guardia costiera libica, li riempiamo di soldi affinché tengano a distanza i richiedenti asilo dal nostro parco giochi, facendo finta di non sapere che l’inferno non è sotto terra ma a poche miglia marine dalle nostre belle coste.

La vicenda del comandante Abujella Abdul-Bari, denunciata da Riccardo Magi, deputato di +Europa, è esemplare: in un’intervista con la Rai, il militare libico recita la parte del soldato buono, umanamente vicino alla causa dei migranti mentre in filmati pubblicati dalle Ong, si vede lo stesso che – armi in pugno – minaccia i disperati stipati su un barcone.

La nostra (auto attribuita) superiorità morale, rispetto al cinismo dei Paesi del Nord e la nostra umanità (anche su questo, siamo piuttosto autoreferenziali) si sono sciolte sotto il sole del Mediterraneo. Sul tema dei migranti, l’Italia ha scaricato sugli ultimi la sua incapacità di imporsi con il resto del Continente. E con trucchi contabili, il governo Gentiloni fa fare il lavoro sporco alla Guardia costiera libica, ormai un’entità mitologica di cui tutti parlano ma che in pochi hanno visto, nella speranza di frenare la marcia populistica.

 

Ma quei 50 cadaveri che il disastroso sabotaggio dei libici durante un’operazione di salvataggio della Sea Watch 3 lo scorso 6 novembre ha lasciato in mare, hanno convinto l’associazionismo che è ora di muoversi, perché dietro la Guardia costiera libica -ne sono convinti- ci sono Italie e Ue che manovrano le operazioni. I procedimenti davanti alla Corte europea per i diritti dell’uomo non cambiano le carte in tavola ma un’eventuale sentenza di condanna per l’Italia sarebbe una bocciatura dei “respingimenti mascherati” inventati da Minniti ma soprattutto una bocciatura per chi pretende il rispetto delle regole pur essendo il primo a violarle (il ministro e il governo).

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