“Vedevo l’equipaggio a bordo della nave della Guardia Costiera libica fare video con il cellulare, mentre lanciavano qualche salvagente alle persone finite in acqua e patate contro di noi per impedirci di intervenire. Poi, mentre le persone affogavano sotto ai nostri occhi, sono partiti con un migrante ancora attaccato a un lato della loro nave, ignorando l’alt dell’elicottero della Marina Militare Italiana”. Dalla testimonianza di Gennaro Giudetti a Ilfattoquotidiano.it, volontario italiano a bordo della nave della ong tedesca Sea-Watch, impegnata nel soccorso ai migranti a largo delle coste libiche, emergono i particolari sull’ultimo naufragio del 6 novembre a largo delle coste libiche costato la vita a circa 50 persone.

Il 6 novembre, alle 7.30 del mattino, la nave tedesca riceve una chiamata dal Maritime Rescue Coordination Center (Mscc) di Roma: “A 30 miglia dalle coste libiche c’è un gommone con dei migranti a bordo – hanno comunicato gli operatori a Giudetti e ai suoi colleghi – Dirigetevi là, avrete l’appoggio della nave militare dell’Unione Europea e di un elicottero della Marina Militare Italiana”. Le comunicazioni con l’imbarcazione Ue vengono stabilite e i militari offrono la propria collaborazione, come si può sentire dalle registrazioni rese pubbliche. “Avevamo la posizione – continua Giudetti –, aiutati anche dall’elicottero che sorvolava il punto del naufragio, così da poterlo raggiungere più velocemente”.

Secondo le procedure adottate dalla ong tedesca, durante le operazioni di salvataggio vengono messi in acqua i due gommoni che hanno a disposizione: sul primo salgono Giudetti, un medico e un mediatore culturale, sul secondo il resto dell’equipaggio che parteciperà al soccorso in mare. “Mentre raggiungevamo il luogo del naufragio – continua il giovane volontario – Abbiamo però iniziato a vedere i primi cadaveri galleggiare. Erano tutti morti e quindi abbiamo deciso di proseguire per cercare di trovare qualcuno ancora vivo. Ci siamo fermati quando abbiamo visto il corpo di un bambino di circa due anni. Abbiamo recuperato lui e, poco più in là, la madre che piangeva perché lo aveva visto morire”.

Man mano che si avvicinavano al gommone dei migranti, già intercettato dalla Guardia Costiera libica, le richieste di aiuto diventavano più forti e numerose. In tutto, i volontari di Sea-Watch recupereranno 59 persone ancora vive, più il cadavere del bambino. I morti stimati, invece, saranno 50. Arrivati sul luogo del naufragio, però, gli operatori umanitari si sono trovati di fronte a una scena che lo stesso Giudetti definisce surreale. “Quando ci siamo avvicinati, l’incidente tra la nave dei guardacoste libici e il gommone dei migranti era già avvenuto – ricorda Giudetti – Abbiamo subito notato che la Guardia Costiera aveva agganciato l’imbarcazione di queste persone, che era già danneggiata quando siamo arrivati, e l’aveva stretta al fianco della loro nave. Chi ha una minima esperienza di navigazione sa che si tratta di una manovra molto pericolosa, soprattutto quando il mare è un po’ agitato come quel giorno e le due imbarcazioni hanno dimensioni e capacità di resistenza diverse. Presumo che il naufragio sia stato causato da un danneggiamento del gommone o da un suo ribaltamento proprio a causa di questa manovra sconsiderata”.

Gli operatori di Sea-Watch provano comunque a salvare il maggior numero di persone possibili, mentre dall’altra parte, come testimoniano i video dell’intervento, nessun membro dell’equipaggio libico è sceso in acqua per prestare soccorso. Alcuni di loro sono rimasti sul ponte della nave a colpire con corde e pugni i migranti che provavano ad alzarsi, altri hanno lanciato dei salvagente in acqua. “Mi sono trovato a dover decidere a chi salvare la vita e chi lasciare morire – ricorda il volontario italiano – A un certo punto, alla sinistra del gommone avevo quattro donne che mi si sono aggrappate al braccio, mentre a destra ne avevo un’altra. Ho provato ad afferrarla, ma non ci sono riuscito. Ho visto la sua bocca riempirsi d’acqua e la sua faccia sparire sotto di me. Quando è tornata a galla, ormai, non c’era più niente da fare”.

Nel frattempo, la Guardia Costiera ha iniziato a inveire contro gli operatori impegnati nel salvataggio, a lanciare patate e fare loro dei video. “Incredibile, ci lanciavano patate mentre noi vedevamo persone affogare. Facevano i video mentre le persone morivano sotto i loro piedi”, aggiunge Giudetti ancora incredulo. “Ci siamo dovuti allontanare per cercare di farli calmare e sperare che iniziassero di nuovo a intervenire”. Ma a quel punto, i guardacoste hanno deciso che fosse meglio tornare sulle coste libiche. A niente sono valsi i numerosi avvertimenti dell’elicottero della Marina Militare Italiana che, inseguendoli, intimava ai guardacoste di collaborare con Sea Watch e fermarsi perché avevano ancora un uomo attaccato alla scaletta della nave. Quell’uomo era stato separato dalla moglie e dalla figlia, salvate invece dai volontari della ong, e nel tentativo di raggiungerle si era alzato dal ponte della nave. Per questo, si vede nei video, è stato preso a pugni dai libici ed è finito in acqua. Non sapendo nuotare, si è aggrappato alla scaletta della nave che è partita veloce in direzione della Libia. “Voleva ricongiungersi con la propria famiglia perché sapeva che, tornando in Libia, rischiava di non rivedere mai più sua moglie e sua figlia – conclude Giudetti – Lo hanno visto sparire all’orizzonte, aggrappato al fianco di una nave diretta verso il Nordafrica”.

Twitter: @GianniRosini