Leggendo Federico Zappino, nell’introduzione al volume da lui curato Il genere tra neoliberismo e neofondamentalismo (Ombre Corte, 2016), si scopre che la società contemporanea è afflitta dalla presenza dei “neofondamentalisti”, ovvero quelle forze omofobe e reazionarie contrarie ai diritti per le persone Lgbt (matrimonio egualitario, Gpa, adozioni e genitorialità più in generale).

Tale premessa è necessaria se si vuol comprendere cosa sta accadendo in Italia rispetto a due vicende locali che sono balzate alla cronaca, nei giorni scorsi: la preghiera di “riparazione” per un incontro tra fedeli e comunità Lgbt, da una parte; la lettera, pubblicata da ProVita, di un padre che piange la figlia “diventata” lesbica, dall’altra. I protagonisti di tali avvenimenti, aggiungo, rientrano a pieno titolo nel neofondamentalismo e saranno qui definiti come cattolici integralisti (o catto-integralisti).

A Reggio Emilia il prossimo 20 maggio si terrà un incontro “Per il superamento dell’omofobia, della transfobia e di ogni altra forma di intolleranza” nella parrocchia di Regina Pacis, organizzato da don Paolo Cugini. Ospite, la pastora battista Lidia Maggi. Un importante momento di confronto sia sociale sia interreligioso: esso interroga la chiesa sulla presenza nella nostra società dei soggetti “fuori-norma” – gay, lesbiche, trans, ecc – e sul grado di inclusione di essi all’interno di altre confessioni. Un momento di crescita, dunque.

Tuttavia, l’approccio integralista alla fede – che ci fa inorridire se riguarda l’Islam, mentre viene spacciato per tradizione a casa nostra – non ha bisogno di porsi domande e di riconsiderare posizioni. Esso si basa sulla lettura (cattiva, mi permetto di aggiungere) dei testi sacri e trae risposte sempre valide. Peccato che la vita reale segua altre logiche e altre leggi. Così come non è il sole a girare attorno alla Terra, l’eterosessualità non è l’unica realtà possibile tra i comportamenti sessuali dell’individuo.

I catto-integralisti, tuttavia, non ci stanno. Fermi evidentemente al Levitico o a Sodoma, hanno organizzato una preghiera di riparazione contro l’evento organizzato a Regina Pacis. Pregheranno – se ne deduce – contro il fatto che bisogna superare odio e pregiudizi. Mi domando: una chiesa che si apre alle istanze della democrazia e del rispetto di tutte le categorie sociali, è un’istituzione che va “riparata”? Se così fosse, significa che la chiesa giusta (o aggiustata) è quella che discrimina. E che va, dunque, contro l’articolo 3 della nostra Costituzione.

Del secondo episodio farò brevemente notare due aspetti, a mio giudizio, fondamentali. Il primo: la narrazione apocalittica di un padre che manda la figlia all’università. Qui la sventurata viene posseduta dal “gender”, diventa lesbica e abbandona la famiglia di provenienza. Ci sarebbero tutti gli ingredienti di un fantasy, insomma. Con una buona dose di grottesco e demenziale. Ma qui scatta il secondo aspetto, che è quello preminente, a parer mio: l’affidabilità della fonte.

ProVita, ricordiamolo, è un’associazione che si batte contro l’eguaglianza delle persone Lgbt e non solo: è contraria a divorzio, legge 194, trattamento di fine vita, ecc. Insomma, ennesima realtà catto-integralista i cui adepti sembrano non aver ben recepito il messaggio religioso, fermandosi ai suoi aspetti più esteriori e assolutizzandoli. Se dovesse servire a completare il quadro, quella realtà è legata a un partito di estrema destra: Forza Nuova.

Ora, nel mondo reale se una realtà si presenta come “apolitica e apartitica” e poi riceve finanziamenti da partiti neofascisti, perde di credibilità. In secondo luogo, sull’inaffidabilità della fonte, riporto le parole della giornalista Caterina Coppola, che ammonisce i suoi colleghi riguardo alla diffusione di certe notizie: «Vi volevo ricordare che quando una notizia (pure una lettera) viene da una fonte notoriamente poco affidabile e dedita alla propaganda, e non è possibile verificarla, semplicemente non si dà». E qui potremmo chiudere definitivamente la questione.

Resta un dato oggettivo: l’omo-transfobia fa ancora rumore nel nostro Paese e si presenta come opinione rispettabile che richiede luoghi e rappresentanza. E che urla il suo dolore nei confronti di una società che, bene o male, evolve in direzione di una maggiore uguaglianza sociale, nella sfera del riconoscimento di individualità e diritti. Poi, è vero che saranno pure quattro gatti, ma non bisogna abbassare la guardia. Il clamore attorno a questi eventi ci insegna che l’omo-transfobia esiste ancora. E che bisogna combatterla: con il confronto, la cultura e la democrazia.