Settecentottanta euro al mese per due anni. Solidarietà o utopia? Un’opportunità o soltanto l’ennesima chimera? Alla domanda hanno provato a rispondere studenti universitari e detenuti, divisi per squadre, venerdì mattina a Napoli. È andato in scena sul pulpito della cappella, nel carcere di Poggioreale, un duello di parole. “Chi siamo noi per negare la dignità a chi è più povero?”, ha chiesto uno degli studenti. E prontamente dalle file dei detenuti, riferendosi alle casse dello Stato, hanno ribattuto: “Una volta finita la benzina come si può distribuirla senza produrla?”.

Frasi sottili, parole ad effetto, un botta e risposta durato quaranta minuti in cui nulla è stato lasciato al caso. È il segreto della gara di retorica organizzata dall’associazione PerLaRe di Flavia Trupia, giunta alla terza edizione con il sostegno di Toyota Motor Italia. Quattro lezioni per prepararsi allo scontro, per imparare ad argomentare senza cedere al vilipendio e calibrando le parole in accordo con la voce, la postura e lo sguardo. Per approfondire l’argomento, i partecipanti hanno letto articoli e vagliato una per una le tesi pro e contro, arricchendole con esempi, slogan e storie personali.

E se per Antonia, ventitré anni, studentessa di Scienze dei servizi sociali, “stendere una mano verso chi vive al di sotto della soglia di povertà è doveroso”, per Gianluca, quarant’anni, panettiere, non si tratta che dell’ennesima farsa “nell’Italia dei furbetti del cartellino”, dove si millantano “soldi per tutti”, non si sa bene ancora presi da dove. C’è stato pure chi ha provato a investirli i 780 euro del reddito di cittadinanza, ipotizzando corsi di formazione partendo dall’approfondimento della lingua inglese, al giorno d’oggi indispensabile. E chi, invece, ha sottolineato come l’importo sia effimero per il sostentamento di una famiglia. Chi ha ricordato quanti hanno ceduto alla frustrazione per aver perduto il lavoro, decidendo di suicidarsi. “A loro, forse, il reddito di cittadinanza avrebbe garantito un momentaneo sollievo”. Un “salvagente”, lo hanno definito. “Si salvano le banche” – ha commentato Paolo, al terzo anno di ingegneria – “perché non si dovrebbero salvare le persone?”.

Vittorio, tra i pochi quarantenni presenti, da tempo in carcere, il sogno di diventare cuoco e una famiglia alle spalle, la pensa diversamente: “Non abbiamo bisogno di un contentino, ma di un’occupazione senza scadenze”. Nello, più piccolo d’età, un lavoro prima di finire a Poggioreale lo aveva. È per questo che ha le idee chiare: “Quei soldi non basterebbero per vivere. Si finirebbe per alimentare il lavoro in nero”. La disamina dei dettagli economici l’hanno affidata a Gennaro: “Il reddito di cittadinanza neanche in Finlandia ha funzionato”. “La manovra pensata per l’Italia ammonta a 18,5 miliardi di euro” – ha ricordato. Secondo le stime, “con il reddito di cittadinanza se ne aggiungono 30”. Per questo è parsa lecita la sua domanda: “A meno che non abbiano deciso di delinquere come noi, dove pensano di prenderli tutti quei soldi?”. Anche gli studenti, una volta ribaltate le posizioni, hanno espresso scetticismo. “Una bella idea irrealizzabile, già così questo è il paese dell’illegalità figuriamoci se viene approvato”, ha detto Paolo. Flavia punta dritto sui controlli nella gestione. Al momento a suo avviso non sono stati contemplati e perché, ha chiesto ai suoi avversari, “non c’è stata finora una riforma efficace che ridistribuisca le risorse statali?”.

Se durante la gara è occorsa maestria da parte di entrambe le squadre per persuadere i giurati passando rapidamente da una posizione favorevole a una contraria, una volta conclusi i round il parere dei partecipanti – dismesso il ruolo di retori – è stato unanime: “La povertà non si combatte con l’elemosina, ma con il lavoro”. Sul podio sono saliti i detenuti che, secondo la giuria presieduta dalla linguista Valeria Della Valle, si sono distinti per capacità di sintesi e perspicacia delle conclusioni. Un fragoroso applauso è partito dagli spettatori di Poggioreale seduti nel pubblico, che per una volta hanno trascorso una mattinata diversa. A guardarli tutti più o meno coetanei, giovanissimi, in quel furore di vittoria e di socialità un attimo prima di rientrare in cella, mentre si scambiavano compiaciuti i saluti con gli avversari. Prima di tornare ciascuno alla propria vita, ciascuno ha espresso la propria idea. Chi con linguaggio colorito da vernacolo, chi con dialettica impeccabile: “Vogliamo tornare a casa con le mani sporche e sudate di lavoro. Nient’altro”.