Doveva essere una resa dei conti ma i “ribelli” del Partito democratico si sono genuflessi alla volontà di Matteo Renzi che, da leader di un partito personale, ha deciso la linea e l’ha comunicata con una nota di servizio (l’intervista tv). Ha dell’incredibile il voltafaccia in Direzione dopo le dichiarazioni della vigilia, c’è da interrogarsi sul carattere dei politici dem. La satira aiuta. Ha cominciato Marco Travaglio sfogliando le pagine di Mario Melloni: che dire del segretario reggente che svapora di fronte a Renzi? “Arrivò un’auto blu, non ne scese nessuno, era Maurizio Martina”. Grandezza di Fortebraccio. Provo a continuare il gioco.

“È arrivato nel Pd il tempo di fare chiarezza – dice Dario Franceschini – un vero leader rispetta una comunità anche quando non la guida più”. Parole forti. Poi s’accuccia come un cagnolino a Renzi. Franceschini? “Il personaggio più divertente dopo la morte di Totò”. Colpisce (anche) il comportamento di Andrea Orlando, sempre in opposizione a Renzi e sempre pronto alla retromarcia: dov’è la coerenza? Si dà una linea e subito l’abbandona. Direbbe Melloni: “L’onorevole Orlando si vanta, giustamente, di essere ‘venuto dal nulla’ e quando parla lo fa per dimostrare che c’è rimasto”. E Carlo Calenda? S’è iscritto al Pd da poche settimane e ha già minacciato tre volte di andarsene. Il ministro Calenda? “Vuoto come un appartamento sfitto”.

È incredibile come le immagini di Fortebraccio sintetizzino, in poche parole, situazioni e personalità; il suo stile tagliente ebbe un gran successo e la sua rubrica su l’Unità fu seguitissima (“Io sono un giornalista d’élite: e infatti scrivo per i metalmeccanici”). Cosa direbbe oggi di chi – dopo le innumerevoli sconfitte del PdR, dopo la batosta del Referendum, dopo 4 anni “di disfatte rovinose in tutte le elezioni circoscrizionali, comunali, regionali, politiche” e dopo l’umiliazione del partito ridotto al 18%  continua a vedere Renzi come un profeta? Direbbe ciò che scrisse di Arnaldo Forlani: “Se qualcuno non avesse avuto l’ardire di offrirglielo fritto al ristorante, non avrebbe mai saputo dell’esistenza del cervello”.

Insomma, il partito di Renzi dimezza i voti e non si vede una vera opposizione interna. Forse, adesso, si muove l’ottimo Nicola Zingaretti. Oggi – nelle condizioni date – il Pd non è distinguibile dal bullo di Firenze e dai progetti del Caimano cui si uniforma. Gli elettori lo hanno capito e scappano. Faccia pure l’Emmanuel Macron italiano Renzi, vedremo l’esito: “Ognuno finisce per trovare la sua Waterloo”.

Post scriptum. Si parla di “governo tecnico” e Mario Calabresi giustamente scrive: “Un governo politico o meglio al voto” (la Repubblica, 5 maggio). È strana tuttavia la ragione che muove la sua penna: occorre evitare il mito dell’occasione negata. “Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che non sono mai usciti dalla campagna elettorale – dice – si preparano a inaugurarne una nuova cavalcando la loro ‘vittoria mutilata’”. È così? Scriviamo da tempo che il Rosatellum serviva per bloccare i 5 stelle e che trattare il primo partito italiano come una banda di appestati è un “furto di democrazia”. La tesi trova conferma oggi nell’excusatio non petita di Calabresi.

Excusatio non petita accusatio manifesta: Calabresi teme che i 5 stelle impugnino l’arma della “vittoria mutilata” e viene il sospetto che di questa mutilazione il suo giornale sappia qualcosa: la Repubblica ha sostenuto Renzi e il Rosatellum affinché i barbari non andassero al governo. Diciamolo meglio: ha favorito la possibile vittoria mutilata di cui ora teme gli effetti politico-elettorali. Chi non conosce il latino usa un’altra espressione: “La prima gallina che canta ha fatto l’uovo”. Sì, il direttore de la Repubblica – molto garbato, per carità – è inciampato nell’excusatio non petita. E ha cantato, dopo aver benedetto l’uovo-Rosatellum.