Se avessero chiesto la mia opinione in merito avrei risposto come il celebre Bartleby, lo scrivano nato dalla penna di Herman Melville. Preferirei di no. Lasciate stare il Nobel della letteratura, pensiamo alle cose serie.

Eppure l’Accademia di Svezia, l’istituzione composta da 18 membri istituita nel 1786 dal re svedese Gustavo III per promuovere “la purezza, la forza e la sublimità della lingua svedese” (solo dal 1900 venne “intestata” ad Alfred Nobel grazie alla cospicua eredità economica in dote) che dal 1901, con una giuria segreta assegna il premio letterario più prestigioso del mondo, quest’anno ha deciso di rompere con la tradizione, scegliendo – clamorosamente – di passare la mano. Niente premio, “in considerazione dell’accaduto accademia e della ridotta fiducia del pubblico nell’accademia”. “I membri attivi dell’Accademia svedese – ha affermato Anders Olsson, segretario permanente ad interim dell’Accademia – sono ovviamente pienamente consapevoli che l’attuale crisi di fiducia ponga elevate esigenze per un lavoro a lungo termine e solido per ottenere un cambiamento. Ciò in segno di rispetto per i precedenti e futuri vincitori della letteratura, la Nobel Foundation e il pubblico in generale”.

La causa è nota. Si tratta di una conseguenza amarissima del caso di molestie ripetute, perpetuate da Jean-Claude Arnault, celebre fotografo che dirige anche Forum, un club culturale che riceve finanziamenti dall’Accademia. Badate, non si tratta di un membro dell’Accademia ma del consorte di Katarina Frostenson – una poetessa divenuta membro dell’Accademia svedese nel 1992 – entrambi travolti dalle denunce di 18 donne che si sono fatte avanti denunciando le molestie subite da parte di Arnault. Tre membri si sono dimessi per invocare le dimissioni della Frostenson (ma si tratterebbe di una nomina a vita…)

L’onda lunga del caso Weinstein ha scatenato la nascita del movimento di protesta #MeToo, provocando un risveglio della coscienza civile e un riconoscimento del necessario rispetto del corpo femminile. Benissimo. Ma tutto ciò cos’ha a che fare con il mondo aureo della letteratura, la narrazione di mondi di finzione che regalano sogni e speranze, lacrime e struggimenti? Punire l’universo mondo della letteratura non assegnando l’ambitissimo riconoscimento – con relativa fama e premio in denaro – sembra più un darsi la zappa sui piedi. Come se avessero detto qualcosa del genere: “Non siamo stati capaci di mantenere una condotta moralmente consona negli anni, avevamo nei nostri ranghi del marcio che ha corroso la nostra livrea istituzionale, dunque, scegliamo di sospendere tutto, con buona pace dei lettori, dei librai – che dopo ogni conferimento hanno un picco di vendita – e ovviamente degli scrittori che guardano a Stoccolma come un trampolino di lancio verso la definitiva consacrazione”.

Beh, ammettiamolo, comunque vi piaccia leggerla questa è una grande mossa mediatica. Anziché chiederci se il premio di quest’anno sarebbe finalmente andato a Philip Roth o ad Haruki Murakami, abbiamo vissuto l’attesa per sapere se sarebbe stato assegnato oppure no. E adesso sappiamo che se ne parlerà l’anno prossimo. Sottolineamo che su Arnault pesa l’accusa di molestie e quella di aver lasciato trapelare informazioni sensibili sugli ultimi sette vincitori, influenzando (lucrando?) sul mondo delle scommesse che ruota intorno al Nobel. Ovviamente l’accusato nega tutto ma sta di fatto che in questi ultimi anni l’Accademia stava provando a cambiare volto e oggi sette membri su 18 sono donne, guidati dal presidente Sara Danius (ora dimissionaria dal 12 aprile).

Arnault chiarisca o paghi le conseguenze, ciò non si discute. Ma forse la questione è un’altra. L’essere anziani, o l’essere uomini, influenza il giudizio di opere letterarie? Sì. E i comportamenti moralmente inaccettabili rendono una persona meno capace di giudicare la qualità di un’opera letteraria? Chissà. Il mondo letterario al maschile, passando da Miller a Houellebecq, da De Sade ad Apollinaire, non è zeppo di santarellini, eppure li amiamo. Sbagliamo? Ma non è questo il punto.

Forse, anziché inseguire il vincitore e consultare compulsivamente Wikipedia un attimo dopo l’annuncio dell’Accademia, dovremmo chiederci un’altra cosa: perché non mettiamo in discussione il fatto che 18 membri svedesi giudichino il valore assoluto della letteratura mondiale? Cosa li legittima? Anche lo scrittore Tim Parks, dal NYT ribadisce la tesi: non potremmo ammettere che il loro canone di giudizio sulla poesia boliviana o sulla letteratura italiana o inglese, non sia necessariamente affidabile (molestie a parte)? Perché continuiamo ad accettarlo e a bramarlo? Per i soldi in palio o perché ci piace l’attesa del premio, fra post e scommesse? Questo è il vero dilemma amletico, il resto è baruffa.