Quest’anno non verrà assegnato il Nobel per la letteratura. E’ la prima volta che accade dal 1943, ma allora c’era la guerra.

Jean-Claude Arnault di professione fotografo e marito di una giurata, la poetessa Katarina Frostenson, è stato accusato di aver molestato 18 donne, tra cui anche la principessa Victoria di Svezia. E’ anche sospettato di aver usufruito dei fondi dell’Accademia svedese per il suo locale a Stoccolma. Insomma un bel tipetto. Così il re a deciso che il Nobel deve modificare il suo statuto e rinnovarsi.

Il Nobel per la Letteratura 2018 verrà assegnato l’anno prossimo, insieme a quello del 2019.

Devo essere sincera: non mi sembra una grave perdita. Anzi, è un bene che questo prestigioso riconoscimento venga ripensato. Già l’anno scorso averlo assegnato a Bob Dylan era, secondo me, un maldestro tentativo di rinnovarlo o meglio “modernizzarlo”.

Credo che la cosa urgente oggi sia premiare qualcuno che ci insegni a guardare, perché abbiamo disimparato. Non abbiamo più tempo. La fretta divora ogni sensazione, ci rende ciechi, i social network mangiano ogni minuto libero. Il mercato ci spinge a comprare cose per guadagnare tempo: ma che ne facciamo di questo tempo guadagnato se poi non riusciamo più a spenderlo per guardarci intorno?

Forse scrivo questo perché in questi giorni sto leggendo e rileggendo le poesie di un poeta italiano non molto noto, Costantino Belmonte (Gli Alberi, per esempio, edizioni La Gru). Interrogandomi sul perché le sue poesie siano così efficaci e nello stesso tempo commoventi, sono giunta alla conclusione che Belmonte guarda la città come io non sono più capace di fare.

Io attraverso le città italiane con lo sguardo perso verso la meta e non vedo più niente.

Il poeta ha un tempo diverso dal mio e di questa diversità fa tesoro: scrive poesie. Sono sempre più convinta che “poeti si nasce”, come direbbe Totò. Poi ci si affina con la lettura. Il poeta è un essere umano che posa sul mondo uno sguardo diverso dagli altri. Non migliore o peggiore, diverso. Se sia un destino infame o sublime, non so.

Leggendo le poesie di Costantino Belmonte vedo panorami che attraverso ogni giorno senza farci caso: la merda di un cane sul marciapiede e l’ombra benigna di un albero nel frastuono della città, un triangolo di erba verde che canta sotto sacchetti di plastica abbandonati. E accolgo il suo suggerimento “Fermiamoci felici e qui. Siamo/alla fine del paragrafo solare e/alla luce che/capìtola”.

E’ bello che in questa raccolta di poesie non ci sia denuncia, ma osservazione. Non ci sia moralismo, ma stupore. Nessun desiderio di suscitare indignazione. Non a caso le poesie di Belmonte portano come sottotitolo Osservazione e un data (7 luglio, ottobre ecc).

Ecco vorrei che i signori del Nobel, approfittando di questo scandalo così moderno, facessero tesoro di questo anno di pausa per guardarsi bene intorno e premiassero (con calma) qualcuno che con la sua opera oggi ci faccia vedere ciò che non riusciamo a guardare. Questa sì sarebbe una rivoluzione e una ribellione verso chi ci vuole ciechi e manipolabili costringendoci alla fretta.

Insomma, ben venga il Nobel per la letteratura solo nel 2019; datelo a qualcuno che faccia ciò che io non sono più capace di fare. Perdere tempo a guardare “le linee nere di un tombino”. Considerare il bello in una staccionata rotta, in una vecchia che cammina lenta. Ridare ai miei occhi la capacità di vedere. Forse è per questo che son felice di questa mancata assegnazione.