Un rapporto recentemente pubblicato da Goldman Sachs analizza le prospettive di sviluppo economico delle terapie basate sulla manipolazione del dna, la molecola che contiene le informazioni genetiche necessarie al nostro organismo.

Molte malattie (geneticamente trasmesse, appunto) dipendono da anomalie del dna: ad esempio l’emofilia, la talassemia o la fibrosi cistica; anomalie acquisite del dna sono presenti nei tumori e sempre nel dna possono essere presenti varianti geniche che predispongono a malattie degenerative croniche, come il morbo di Alzheimer e il morbo di Parkinson. Inoltre è teoricamente possibile utilizzare le tecniche di manipolazione del dna per potenziare o controllare le difese immunitarie del soggetto e trattare quindi molte altre malattie.

Non sorprende dunque che il rapporto di Goldman Sachs preveda straordinarie potenzialità di sviluppo economico per le terapie geniche basate sulla manipolazione del dna: le poche terapie oggi disponibili costano tra 100mila e un milione di dollari per paziente e nella prospettiva di futuri sviluppi i pazienti interessati sarebbero numerosi.

Il rapporto non analizza però il potenziale impatto devastante di queste terapie sulle finanze degli Stati o dei servizi sanitari interessati. Ad esempio la prevalenza stimata della sola emofilia in Europa e negli Usa è di 80 malati per milione di abitanti, con una incidenza alla nascita di circa un neonato di sesso maschile ogni 5mila. Se si rendesse disponibile una terapia genica per questa malattia a un costo ipotetico di 300mila dollari per paziente, il suo costo per lo Stato (o per i cittadini in caso di stati privi di una sanità pubblica) sarebbe di 24 milioni di dollari per milione di abitanti.

Moltiplicando questo costo per il numero delle malattie potenzialmente attaccabili con la terapia genica (alcune delle quali molto più frequenti dell’emofilia) si otterrebbero costi difficilmente sostenibili. Ad esempio, se si rendessero disponibili terapie geniche utili per trattare il diabete mellito di tipo 2 – la cui incidenza negli Usa è stimata a 6700 nuovi casi all’anno per milione di abitanti – considerate futuribili nel rapporto al costo medio di 300mila dollari per paziente, si avrebbe un costo pari a 2 miliardi di dollari all’anno per milione di abitanti ovvero 2mila dollari all’anno per ogni cittadino con un aumento del 20% rispetto al costo (già elevatissimo) della spesa sanitaria pro-capite Usa. Ovviamente, se la terapia fosse curativa questo porterebbe a risparmiare i costi delle terapie antidiabetiche attuali; ma è dubbio che il risparmio sarebbe tale da compensare il costo.

Del resto il rapporto Goldman Sachs dice anche che una terapia veramente efficace può esaurire o grandemente ridurre il numero di malati che la richiedono – a meno che la malattia non abbia una incidenza molto elevata – e rivelarsi alla fine un investimento meno redditizio per la ditta produttrice. I costi della sanità aumentano costantemente in tutti i Paesi del mondo e costituiscono un problema reale della nostra civiltà.

È sintomatico del clima politico attuale del Paese che la lingua corrente non abbia neppure l’aggettivo adatto per distinguere un problema pertinente a fatti oggettivi da uno dovuto alla cattiva amministrazione. Una delle sfide del domani è la sostenibilità economica del miglioramento delle nostre possibilità terapeutiche. Questo problema non dipende dalla disonestà degli amministratori della cosa pubblica e sarebbe comunque presente con qualunque governo e maggioranza parlamentare. Per tal ragione è particolarmente importante analizzarlo.

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