Di dimettersi non ha alcuna intenzione. Il governatore dell’Abruzzo e neosenatore, Luciano D’Alfonso, resta incollato alla doppia poltrona. Nonostante un parere del Servizio legislativo della stessa Regione da lui presieduta, una sentenza della Corte costituzionale e i numerosi appelli delle opposizioni – tanto in Regione quanto in Parlamento – a lasciare l’incarico di presidente della giunta. L’ultimo, in ordine di tempo, è piovuto oggi dagli scranni del Movimento 5 Stelle a Palazzo Madama, dove Primo di Nicola lo ha invitato, ancora una volta, a farsi da parte per sanare “questa incompatibilità tangibile ed evidente” che calpesta “da ben due mesi il dettato della Carta costituzionale e la Costituzione stessa”. “Anche perché il presidente D’Alfonso resiste continuando ad occupare le due cariche con grave danno per la normale attività della Regione”, ha aggiunto il parlamentare M5s, già direttore del Il Centro, il quotidiano dell’Abruzzo.

Neanche a farlo apposta, passa qualche ora, e per la seconda volta nel giro di poche settimane, il copione si ripete. Come già accaduto il 10 aprile scorso, infatti, salterà anche il Consiglio regionale convocato per oggi 3 maggio. Motivo: riposto nell’armadio l’abito da governatore per indossare quello da senatore, D’Alfonso deve recarsi a Roma per partecipare alla direzione del Pd. Apriti cielo. I consiglieri regionali del M5s Sara Marcozzi, Domenico Pettinari, Pietro Smargiassi, Gianluca Ranieri e Riccardo Mercante tornano alla carica: “Cos’altro deve accadere perché il presidente D’Alfonso si renda conto che sta facendo il peggio per l’Abruzzo? – accusano –. Una Regione intera è paralizzata con la connivenza di una maggioranza che guarda sempre più al proprio orticello e non al benessere dell’Abruzzo”. E aggiungono: “D’Alfonso prosegue imperterrito la strada dell’equilibrismo fanta-giurisprudenziale, citando come precedenti per lui plausibili Mazzini e Garibaldi, nella personalissima interpretazione delle leggi a suo abuso e consumo”. Riferimento, quello ai protagonisti del Risorgimento, richiamato dallo stesso D’Alfonso, nella lettera-memoria inviata solo qualche giorno fa alla Giunta regionale per le elezioni per difendere la doppia poltrona. Risultato: secondo l’organismo abruzzese, che si è espresso a maggioranza (la stessa che sostiene la giunta D’Alfonso), “non sussistono al momento cause di incompatibilità” in capo al governatore-senatore.

E a poco è servito che già prima del voto del 4 marzo, un parere del Servizio legislativo della Regione Abruzzo, interpellato dal gruppo del Movimento 5 stelle, avesse chiarito che “l’eventuale decadenza, o le dimissioni, del Presidente della giunta regionale, eletto a suffragio universale e diretto nel sistema di governo neoparlamentare delineato dalla Costituzione, oltre a non dar luogo a surroga, comportano lo scioglimento del consiglio regionale, l’interruzione anticipata secondo il noto principio del simul stabunt simul cadent e quindi il ritorno alle elezioni”. Ma non è tutto. Secondo il senatore Gaetano Quagliariello, eletto nel collegio di L’Aquila, a decretare l’illegittimità della doppia poltrona di D’Alfonso ci sarebbe addirittura una sentenza della Corte costituzionale. La numero uno del 2014, per la precisione, che ha dichiarato incostituzionale il Porcellum ma scongiurando lo scioglimento del Parlamento eletto per l’ultima volta nel 2013 con un sistema elettorale illegittimo. La Consulta ha chiarito, infatti, che “le elezioni che si sono svolte in applicazione anche delle norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime (il Porcellum appunto, ndr) costituiscono, in definitiva, e con ogni evidenza, un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti”. Così salvando la legislatura allora appena iniziata. Un passaggio che, secondo Quagliariello, si applicherebbe alla perfezione al caso D’Alfonso: “Il governatore continua a giocare sui due distinti momenti della proclamazione e della convalida dell’elezione, sostenendo che solo a convalida avvenuta (che al momento non può esserci non essendo stata ancora formata la Giunta per le elezioni di Palazzo Madama, ndr) si produrrà la causa di incompatibilità – spiega al fattoquotidiano.it il senatore del centrodestra –. Ma la sentenza della Corte costituzionale ha chiarito ampiamente che il parlamentare entra nella pienezza della sua carica nel momento della proclamazione, che per D’Alfonso è già avvenuta”.

Motivo in più, secondo Quagliariello, per considerare “pilatesca” la decisione della Giunta regionale delle elezioni “perché non tiene conto del contesto normativo che ancor di più avrebbe dovuto portarla a dar seguito a ciò che il suo stesso statuto prevede”. Resta comunque il fatto, conclude, “che la prima ragione per la quale D’Alfonso dovrebbe dimettersi è politica: in Abruzzo siamo alla vigilia di importanti elezioni amministrative, ed è allucinante che il presidente della Regione eletto senatore pensi di poter continuare a esercitare il suo potere in Regione in una fase così delicata del gioco democratico”.