Se le stanno suonando di santa ragione le associazioni che raggruppano una buona parte degli azionisti di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Uno scontro con accuse incrociate riguardanti l’utilità, per recuperare qualcosa dei risparmi andati in fumo, del “fondo di ristoro”, ultima eredità dei governi Renzi-Gentiloni. Su due barricate contrapposte stanno i cosiddetti “filo governativi” e gli irriducibili che non si rassegnano. Quelli che pensano che la colpa sia soprattutto della gestione dissennata delle due banche e quelli che, invece, vogliono coinvolgere lo Stato nella responsabilità.

La notizia che ha scatenato la zuffa è quella che dà in dirittura d’arrivo il decreto attuativo per far partire il fondo di ristoro delle vittime di reati finanziari. Il Fondo prevede una dotazione di 100 milioni di euro in quattro anni, dal 2018 al 2021, e sarà finanziato attraverso il Fondo interbancario di garanzia e il Fondo dei rapporti dormienti. In campo è scesa l’associazione Ezzelino III da Onara, con un parere del professor Rodolfo Bettiol, docente universitario nella facoltà di Giurisprudenza a Padova, e del tributarista Loris Mazzon a sostegno dell’utilità del Fondo. Patrizio Miatello, presidente dell’associazione, ha scritto: “I risparmiatori rovinati non possono aspettare i tempi lunghi della giustizia ritardataria con l’unica certezza di ulteriori costi. Ma ad oggi ogni persona ha a disposizione uno strumento di legge che gli potrebbe consentire di mitigare i danni subiti e di conseguenza recuperare risparmi e fiducia”.

Dichiarazioni non gradite dalle più importanti associazioni dei risparmiatori a cominciare dal Coordinamento associazioni banche popolari venete “don Enrico Torta”, che porta il nome del combattivo e quasi ottantenne sacerdote di Dese, nel Veneziano, impegnato sui fronti del risparmio bancario e anti-usura, e che ha come presidente l’avvocato Andrea Arman. Una presa di posizione è stata firmata anche da Luigi Ugone di “Noi che credevamo nella banca popolare di Vicenza e Veneto banca”, Gianni Miazzo dell’Associazione soci banche popolari, da Caterina Baratto degli Azionisti Associati banca Popolare di Vicenza, dall’avvocato Matteo Moschini del Movimento Difesa del Cittadino – Veneto, dall’avvocato Paolo Polato di Adusbef e da Fabio Bello di Ridacci i soldi Veneto Banca.

“Il sottosegretario Pier Paolo Baretta, che neppure è stato rieletto, esulta nel comunicare che i decreti attuativi sono pronti e sono il frutto del proficuo lavoro di collaborazione con le associazioni dei risparmiatori – scrivono – Il governo, per sostenere e legittimare le proprie scelte, si è costruito una corte di associazioni che asseriscono rappresentare i risparmiatori, ma che di fatto rappresentano la parte politica governativa e i propri interessi”. Due fronti contrapposti. “Il governo mistifica la realtà, le associazioni dei risparmiatori che sottoscrivono il presente documento non sono mai state interpellate dal governo e dal sottosegretario. Il fondo di ristoro è un imbroglio, una legge scritta per agevolare, ancora una volta, quella finanza che ha fatto una sfacciata speculazione sulla pelle dei risparmiatori e dei cittadini italiani che dovranno pagare a Banca Intesa il finto salvataggio delle banche, che in realtà è uno straordinario business”.

L’invito alle forze politiche è di bloccare i decreti perché “il nuovo governo che davvero volesse varare provvedimenti che effettivamente andassero a risarcire i risparmiatori si troverebbe in un ginepraio giuridico. E sarà difficile armonizzare la legge sul fondo di ristoro con la nuova legge a favore di tutti i risparmiatori, salvaguardando i diritti di coloro che avessero presentato domanda di ristoro e senza creare procedure parallele”. Più in particolare le associazioni contestano il documento con cui l’associazione Ezzelino III da Onara invitava a partecipare a un incontro per ricevere un codice di priorità nell’accesso al fondo, a fronte del pagamento di 350 euro. “La legge non è operativa e nessuno ha la facoltà o il potere di raccogliere pre adesioni al quel fondo, indipendentemente che esso diventi o meno operativo”.

Al di là di qualche pugno di euro, il conflitto è sulle cause di fondo del dissesto delle due banche venete. Secondo il Coordinamento “Don Torta” “il dramma sociale dei risparmiatori non si riduce a una crisi aziendale determinata dalla cattiva amministrazione delle banche sino al 2015. Noi da anni ci battiamo per dimostrare la responsabilità dello Stato che non ha vigilato e ha fatto scelte assurde. È assurdo sostenere che Banca Intesa non è responsabile nei confronti degli azionisti, visto che lo Stato le ha regalato le due popolari venete per un euro”.

A gettare benzina sul fuoco contribuisce anche Alfredo Belluco, vicepresidente di Confedercontribuenti, impegnato in azioni di tutela contro l’usura bancaria. Ha inviato una lettera pubblica all’associazione di don Torta chiedendo le dimissioni dalla carica di presidente dell’avvocato Andrea Arman, che nelle recenti elezioni politiche è stato candidato dal Movimento Cinquestelle per la Camera nel collegio uninominale di Montebelluna, ottenendo il 21 per cento dei voti e non risultando eletto. Belluco ha tirato fuori dagli archivi un trafiletto di giornale alquanto datato. Risulta che nel 1995 l’avvocato fu imputato in un processo per usura a Treviso assieme al direttore di una filiale. Ma poi venne assolto. “È stato assolto – denuncia Belluco – in quanto prima dell’entrata in vigore della legge 108/1996, bisognava dimostrare lo stato di bisogno e la sudditanza contrattuale del debitore. L’Ordine degli avvocati di Treviso lo sanzionò con 3 mesi di sospensione dall’attività professionale, confermati dall’organismo nazionale”.

Replica di Arman: “Fui assolto con formula piena in udienza preliminare più di vent’anni fa e proprio dopo l’entrata in vigore della legge del ’96. Ho sempre ammesso il mio errore etico, non penale, nel prestare del denaro, ma fui vittima di un agente provocatore, come è scritto nella sentenza. E il Movimento Cinquestelle è stato da me perfettamente informato di tutto”.