Peccato non avere un Francisco Goya che possa pennellare un 3 maggio 2018 per la prossima Direzione del Pd. Sarebbe interessante sapere chi dipingerebbe fra i fucilati e chi fra i fucilatori. Nell’assise dell’unico grande partito politico italiano che ancora decide attraverso i suoi organismi interni, il dibattito sarà su: andare o no al tavolo con il M5S (anzi P5S)? That is the question, direbbe Shakespeare. E’ veramente difficile fare una previsione su quanto sarà lì deciso, ora che il presidente della Camera Roberto Fico ha svolto il suo incarico esplorativo e ha sondato le acque del Pd, come era stato previsto dal blog lo scorso 20 aprile.

Sulla carta, e negli hashtag di Twitter (fate una ricerca con #senzadime, #MaiConM5S, #RenziTorna e #consultazioni per avere un’idea di cosa twittano diversi esponenti nazionali del Pd), nella Direzione c’è una larga maggioranza non favorevole nemmeno all’andare a discutere con i Cinquestelle di “Giggino la Frottola”.

Le motivazioni sono note e, per chi scrive, di buon senso: al di là delle calunnie e diffamazioni ricevute negli ultimi 5 anni dai dipendenti della Casaleggio e associati, come si può fare un accordo di governo con chi cambia posizione politica più volte al giorno? Con chi, durante la campagna elettorale, ha promesso anzitutto “nessuna alleanza con nessuno” e il giorno dopo le elezioni è passato ad “alleanze con chiunque, basta che respiri” e “Pd e Lega pari sono”?

Come si fa a sedersi al tavolo con chi ha definito i 5 anni di riforme del Pd come “disastrose” e accusa il Pd di aver affamato gli italiani (che intanto secondo Federalberghi in questi giorni se ne vanno in vacanza sfruttando i ponti di fine aprile: 8 milioni di italiani villeggianti per il 25 aprile, oltre 7 per il 1° maggio, con un bel +6% rispetto al 2017, e +8,8% rispetto al 2016; non male per un popolo “ridotto alla fame”, il 64% dei quali porterà con sé il proprio smartphone, a fronte del 55% dei francesi, con la percentuale di chi lo ha comprato in contanti e non a rate arrivata al 73%).

Molti, nel Pd, pensano che il P5S non cerchi un alleato di governo, bensì un capro espiatorio. Un partito con cui allearsi che, come già detto il 20 aprile, si opponga a tutto ciò che c’è di irrealizzabile per le casse dello Stato nel programma dei Cinquestelle. Uno sparring-partner, più che un partner di governo, da additare al pubblico ludibrio come “chi non ci ha consentito di mantenere le nostre promesse”.

Tuttavia, i numeri del Senato sono stretti nel caso di un governo P5S-PD. Non sarebbe un solo senatore di maggioranza (un tal Matteo Renzi, da Scandicci) come qualcuno ha giocosamente detto, perché entrerebbero nella maggioranza anche i 9 senatori della Svp e del Patto per le Autonomie (fra cui Napolitano), i 3 di LeU, i 2 del Psi, altri “istituzionali” del gruppo Misto (Casini? Bonino? Quasi certamente non Monti), più qualche senatore a vita, in modo da dare una maggior solidità a questa opzione tentata dal Quirinale. Parliamo comunque di una quindicina di senatori di maggioranza, quando il Prodi II ne ebbe 10, e sappiamo tutti quanto durò e come finì.

Ma proprio questi numeri così risicati al Senato consentono a Matteo Renzi di uscire dal suo lutto per i risultati delle scorse elezioni, e di giocarsi la partita in prima persona. La novità del ritorno di Lassie-Renzi potrebbe portare a una svolta inaspettata. Conoscendo un pochino l’uomo, penso che tenterà intanto di evitare la spaccatura della Direzione e proporrà ai suoi di andare al tavolo con Di Maio e soci, ponendo forse solo la pre-condizione della trasmissione in streaming dell’incontro. Questo eviterebbe una conta fratricida fra le varie fazioni del Pd, e accontenterebbe tutti (tranne quelli come Montanari ed Emiliano, probabilmente, che fedeli al loro riflesso di Pavlov, comincerebbero ad accusare Renzi di poltronismo).

Poi, se si arriverà a questo confronto trasmesso in diretta (che sarà sicuramente seguitissimo da tutti quegli italiani in crisi d’astienza di faccia a faccia televisivi) lì chi avrà filo da tessere, tesserà, e lo farà di fronte alle telecamere.

Non penso che alla fine sarà possibile trovare un accordo di governo fra due partiti che sono chiaramente antitetici fra loro, con programmi spesso opposti in modo diametrale (utile a questo proposito lo studio del Sole24ore che ha calcolato la compatibilità dei programmi fra P5S e Lega pari a 4,6 su 10, e quella fra P5S e Pd pari all’1,7 su 10), e con classi dirigenti che, per usare un eufemismo, non si stimano. Però è comunque una mossa che intanto impone a Renzi di tornare in pubblico, e in questo, bisogna dire, Di Maio ha già ottenuto un punto. A suo sfavore.