Nel post precedente avevamo cominciato a segmentare il quadro del sistema manifatturiero italiano: quale area, quale insieme o sottoinsieme, può davvero candidarsi a far ripartire l’economia italiana? Abbiamo mostrato graficamente che le aree a1) mercato interno/economia di borgo e a2) mercato interno/economia nazionale sono evidentemente sature: la vera risorsa per espandere la nostra economia nel manifatturiero è costituita dal mondo b3) mercato internazionale/economia internazionale.

La grancassa mediatica nazionale dice che siamo un Paese a forte esportazione: balle, la musica è ben diversa. Meglio conoscere e afferrare bene alcuni numeretti poco confortanti. E sconosciuti.

Le cose stanno andando a passo di gambero. Dico subito che si tratta soltanto di ordini di grandezza utili per afferrare bene la sostanza della situazione. Essi ci dicono una verità amara, sottaciuta in casa nostra: il mondo sta espellendo il nostro sistema manifatturiero dai suoi interscambi statali. Non espelle moda+food, espelle il nostro sistema manifatturiero. L’euro non c’entra proprio: è il comparto b3) che si sforza di morire. Non dobbiamo permetterglielo.

Bisogna avviarlo a risanamento e subito dopo bisogna avviare una robusta azione di rianimazione. Da farsi con veramente pochi soldi.

Conosco abbastanza a fondo questa situazione da diversi anni, ne ho discusso in più occasioni. Devo dire che le considerazioni sono state, nella gran parte, di grande superficialità: sembrava fosse un po’ come disturbare il manovratore, il sciur Brambilla, personaggio dai grandi meriti ma dagli enormi difetti e manchevolezze. Coloro che accettavano un minimo di discussione, tiravano in ballo invariabilmente la Cina e il suo strepitoso ingresso sulla scena. Certo, un po’ di vero c’è ma bisogna ricordare due cosette: la prima, la Cina ha colpito in particolar modo quelle aziende che producono prodotti a tecnologia medio-bassa; la seconda, nello stesso scorcio storico la Germania ha aumentato le sue esportazioni. Ma, allora, come la mettiamo?

In questo caso scarso o nullo può essere l’apporto delle grandi dottrine canoniche. E’ un problema esclusivamente italiano: un problema di gestione aziendale, non di massimi sistemi. Keynes, liberismo, Stiglitz non c’entrano proprio. Non conoscono questo specialissimo mondo…

L’Italia ha, tanto per cominciare, un primo punto di forza: la nostra attuale partecipazione alla grande tavolata degli interscambi mondiali è così piccola, così risicata e anche molto occasionale (0,5% per ciò che riguarda il settore manifatturiero) che se volessimo raddoppiarla o triplicarla non se ne accorgerebbe nessuno. E non è un vantaggio irrilevante.

Poi abbiamo un secondo punto di forza, di cui pochi si rendono conto: il nostro sistema manifatturiero potrebbe paragonarsi ad un grosso e potente esercito dotato di una varietà enorme di armi, in grande quantità, che però non ha un capo, uno scopo evidente che non sia quello della felicità dei singoli capireparto, marescialli, tenenti o generali che dir si voglia. Una grande orchestra completa, composita senza uno spartito di riferimento: il suono è un po’ sguaiato, poco gradevole per la comunità (italiana) che ascolta l’esibizione musicale.

Nel paragone militare, lo Stato Maggiore della Difesa (i nostri dirigenti industriali e sindacali) appare non sapere che pesci pigliare: dalla politica nazionale non riceve impulsi, ma solo lamentele. Non si fanno investimenti? Per fortuna, penso io: andrebbe a finire che aumenterebbe l’inefficienza generale, con il molto probabile rischio di arrivare a disporre di ulteriori mezzi produttivi che si accumulerebbero nei magazzini o renderebbero ancora meno produttivi gli asset esistenti (che sono già troppi).

No, non è di sicuro questa la strada. A questo punto, però, possiamo cominciare a delineare entro quali confini ricercare la soluzione nel rispetto dei vincoli che il sistema italiano pone.

Sappiamo che dobbiamo puntare sul settore b3), che non possiamo spendere soldi, che la politica nazionale non può darci spartiti da suonare – anche perché non è questo il suo compito – sappiamo che dobbiamo sfruttare al massimo i nostri punti di forza, sappiamo che occorre mettere alla frusta l’intero Corpo Dirigente nazionale (imprenditori e sindacati) per delineare la strada della ripresa e sappiamo infine che, insistendo sulle linee tradizionali, non otterremo nulla.

Occorre uscire dagli schemi usando al meglio le armi (tante) di cui veramente disponiamo.

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