La scorsa settimana mia figlia ha compiuto dieci anni, nella stessa pizzeria c’era la festa di un’altra bambina di un anno più grande. I tavoli uno di fianco all’altro, le due festeggiate entrambe bionde, circondate da un sacco di altre bambine. Ma c’era un intruso da trovare, che marcava una differenza sostanziale tra i due compleanni. Le bambine di undici anni avevano quasi tutte uno smartphone in mano, nell’altro tavolo nessuna.

Anche mia nipote di dieci anni, in America, ha ricevuto quest’anno dalla madre il suo primo smartphone. È plausibile affermare che, oggi, il traguardo per il primo smartphone sia a cavallo della quinta elementare.

I genitori, in quanto esseri umani, hanno reazioni contraddittorie, a volte irrazionali. Si mostrano ferocemente attaccati alla salute del proprio figlio, scatenando battaglie che si fondano su giudizi arbitrari, addirittura infondati, come quelle sui vaccini, o contro la carne, gli antibiotici, il colpo d’aria, ma quando si tratta di fare valutazioni sull’uso degli smartphone decidono di ignorare il dibattito tout court. Eppure gli studi a riguardo circolano già da un po’ di tempo. Ma è il lato assurdo delle paure, delle ansie: sono per natura illogiche.

In tanti, quando parlano dell’acquisto di uno smartphone, si schermiscono dicendo che è colpa “delle comunioni”, “dei nonni che hanno contravvenuto agli ordini”, o – come ultimo appiglio – si giustificano ribadendo che è un modo per localizzare il proprio figlio, come se un normale telefonino non potesse adempiere a quella funzione specifica.

Avverto un elemento di rimorso in quei genitori che mi consigliano di aspettare, quasi pentiti della loro scelta. Non stupisce, in fondo un genitore (anche di un figlio già autonomo) intuisce sempre cosa è giusto e cosa no, lo sente nello stomaco, glielo dice quell’eco accucciato in un anfratto della coscienza. Ma la pressione sociale dei figli e degli stessi genitori, che preferiscono tenere il naso all’ingiù su uno degli inesauribili gruppi Whatsapp (in realtà vietati ai minori di tredici anni), è talmente forte da mettere in crisi le convinzioni più salde.

Nella puntata di Report del 26 marzo sono emersi dati che fanno riflettere, quando non angosciare. Qualche spunto: il 97% dei ragazzini dagli undici ai diciassette anni usa uno smartphone, sta sul web almeno sei ore e controlla il cellulare anche cento volte al giorno. Un bambino su cinque lo prende in mano per la prima volta a un anno e l’80% lo sa usare a tre anni. Metà delle persone tra i diciotto e i ventinove anni riconosce di non poterne fare a menoUno studio guidato dall’Università di Cagliari ha scoperto che dopo cena il 100% degli studenti usa lo smartphone e il 98% lo usa dopo la mezzanotte.

I potenziali danni non sono solo sociali e psicologici ma anche neurologici e cognitivi, perché l’età in cui il bambino è esposto ad un abuso di stimoli è quella in cui maggiormente ha bisogno di allenare le reti neuronali. L’eccesso di input crea uno squilibrio tra le parti del cervello e tra i primi segnali di pericolo c’è la perdita di sonno e il calo di attenzione. Sempre nella puntata di Report, Il professor Daniele Novara del Centro psicopedagogico di Piacenza  spiega che “se un bambino impara a leggere e a scrivere sulla tastiera, arrivato alla terza elementare ha competenze come se fosse in prima”.

Dati che da soli basterebbero a porsi più di una domanda e a chiedersi se non sia meglio posticiparne l’acquisto, ma questo presupporrebbe che anche i genitori si auto-limitassero nell’uso e questo, francamente, non sembra realistico.

C’è anche un altro aspetto, che è quello di non voler far sentire i propri figli “diversi”, “penalizzati”, addirittura dei nerd rispetto agli altri; l’essere diverso è lo spauracchio dal quale li si vuole proteggere, anche a scapito di metterli nelle fauci del mostro stesso.

Ma in fondo la questione è un’altra. Quello di cui stiamo parlando è un corso che non si può arrestare o sgominare, scorre come una sorgente sotterranea; eppure possiamo imparare a dominare il fenomeno, tentare di governarne gli effetti collaterali. Per farlo bisogna contare sugli strumenti che durano dalla notte dei tempi: il proprio fiuto come genitori, e quel fondamentale valore che ci differenzia dagli altri poiché unici, cioè la capacità di pensare con la propria testa, al di là delle mode e del volgo.