La Dg ha finalmente pubblicato un sostanzioso box dedicato a Claudio Abbado direttore di opera. Dopo quello sinfonico per gli 80 anni del maestro milanese, l’etichetta gialla ha pensato ad un prezioso contributo per il “secondo mestiere” del grande direttore italiano scomparso 4 anni fa. Sono ben 60 cd che racchiudono molte, moltissime perle e qualche rimpianto.

Abbado nacque nel cuore della migliore tradizione italiana, che ovviamente comprende l’opera come evento fondativo della sua storia musicale.

Direttore stabile della Scala per 18 anni è stato il protagonista di una stagione – quella con Paolo Grassi sovrintendente – che molti ritengono seconda solo alla collaborazione scaligera tra Maria CallasLuchino Visconti e Carlo Maria Giulini. Tanti di quegli spettacoli leggendari sono diventate incisioni celebrate, come era naturale che fosse. Inoltriamoci.

Non si può non cominciare da Giuseppe Verdi, autore prediletto di Abbado a cui guardò sempre con occhio rispettoso del testo piuttosto che affidarsi alle inveterate (e talvolta becere) tradizioni esecutive. Basti pensare al meraviglioso Don Carlos nella versione in 5 atti in francese – con una cospicua appendice di brani espunti e con un ottimo cast su cui spicca il nobile Carlos di Placido Domingo -, al superbo Simon Boccanegra (decisamente il migliore in discografia) o allo stupefacente Macbeth – con l’ottimo Piero Cappuccilli e una Shirley Verrett in stato di grazia – per ricordare a molti una sorta di età dell’oro verdiana; perché Abbado si dedicò innanzitutto a capolavori un po’ negletti del catalogo verdiano e concesse loro un trattamento di infinito studio e dedizione.

Per cui non abbiamo La traviata, Il trovatore o Rigoletto (è vero, e questo è per tutti un rimpianto) ma gli dobbiamo – oltre ai lavori già citati – lo splendido Un ballo in maschera, un’Aida rispettabilissima e un Falstaff umano e credibile.

E Gioacchino Rossini? Il box ci testimonia l’impegno di Abbado per la riscoperta del maestro pesarese. Altre perle (e grandi) si aggiungono alla già vasta collana: Il barbiere di Siviglia – nelle due versioni incise dal maestro, di cui leggendaria rimane la prima con Teresa Berganza, Luigi Alva e Hermann Prey -, una strepitosa La Cenerentola – sempre con l’inarrivabile Berganza – e Il Viaggio a Reims più bello finora reperibile in discografia. L’unico neo forse rimane L’Italiana in Algeri, con un cast vocale decisamente più fiacco.

Ma Abbado non ha esplorato solo il repertorio delle opere italiane – anche se sarebbe da inserire tra queste (e a ragione) quelle mozartiane: un bellissimo Don Giovanni e Le nozze di Figaro -, no, Abbado ha indagato anche l’opera tedesca a cominciare dal più splendido dei Singspiel, il Die Zauberflöte, e una versione lussuosa (registrata live a Lucerna) del Fidelio di Beethoven con le preziose voci di Nina Stemme e Jonas Kaufmann; un Fidelio fuori dai titanismi della tradizione di buona parte del secolo scorso, riletto in filigrana come aveva fatto per le sinfonie del compositore di Bonn.

Poi una perla: il Fierrabras di Franz Schubert, opera di esecuzione rarissima a cui pare il maestro fosse stato convinto dalla lettura al pianoforte dell’amico Maurizio Pollini. Poi il Lohengrin (unica puntata in studio di un’opera completa di Richard Wagner), una resa assai cavalleresca del capolavoro giovanile del mago di Bayreuth, con un’ottima Cheryl Studer e un abbastanza deludente Siegfried Jerusalem.

Si arriva poi al culmine del suo interesse per l’opera tedesca con il meraviglioso Wozzeck di Alban Berg, che tanto studio e tanta devozione gli era costato. Un’esecuzione che rimane tra le migliori in discografia per la tensione quasi insostenibile a cui Abbado sottopone la tesissima scrittura berghiana.

Le uniche due incursioni nell’opera francese sono di due capolavori poco rappresentativi di quella tradizione ma che hanno sicuramente lasciato il segno nella storia della musica: Carmen di Georges Bizet e Pélleas et Mélisande di Claude Debussy. La prima è affidata alla sempre ottima Teresa Berganza – che cesella da par suo una parte tra le più impervie del teatro musicale (dal punto di vista del carattere) fino a renderla stilisticamente impeccabile e mai volgare – affiancata da un Domingo all’altezza della lettura abbadiana.

Sul suo Debussyche pure appare assai interessante, invece, si può dire che forse la notte in cui si svolge il delicato intreccio dell’opera viene da Abbado un po’ troppo rischiarata. Ne esce una lettura affascinante ma che manca di mistero e di qualche nuance.

Ultimo gioiello dell’abbondante cofanetto è senz’altro la Khovanshchina di Modest Petrovič Musorgskij, di gran lunga la migliore registrata finora. Sul repertorio russo Abbado si era concentrato fin dagli anni Sessanta studiando a fondo in special modo Musorgskij.

Chiude il box una serie di tre recital vocali registrati con Nicolaj Ghiaurov, Anna Netrebko e Jonas Kaufmann in cui Abbado si rivela anche sensibile accompagnatore, un disco di cori d’opere verdiane e uno di ouverture rossiniane.