Per me è stata tutto. La madre dei miei figli, la donna con cui sono stato per trent’anni e che, dopo essersi sentita male, se ne è andata dalla mattina al pomeriggio senza che io le abbia potuto dire neanche ‘ciao'”. A parlare così è l’attore Marco Giallini che racconta a Vanity Fair l’impossibilità di metabolizzare la morte della moglie: “La sua morte è un evento che né io né i miei figli abbiamo mai metabolizzato. Non ne abbiamo mai parlato. Non siamo mai andati al cimitero insieme, anzi, in 7 anni, al cimitero sono andato due volte in tutto. Le fotografie le ho a casa, ma non le guardo, non è roba per me perché lei è ovunque, nei ricordi, nelle stanze, nei viaggi a Barcellona che non farò più”. Parole che esprimono dolore, quelle di Giallini. Un dolore mai superato.

Attore amato, una carriera solida (sta per uscire al cinema Io sono Tempesta, di Daniele Lucchetti), Marco racconta anche i suoi primi passi nel mondo del cinema: “La mia carriera è partita tardi. Anche per colpa mia. Di provini, nella mia vita, ne avrò sostenuti cinque in tutto. Non andavo, mi dava fastidio bussare alle porte, non volevo vedere sul volto degli altri l’imbarazzo. Non volevo pensassero: “Arieccolo” … Il primo fu al Teatro Argentina con Arnoldo Foà. Mi sentii avvampare di inadeguatezza e di vergogna”.