Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere i cinque arrestati perché accusati di essere appartenenti alla rete italiana di Anis Amri, autore dell’attentato a Berlino e ucciso il 23 dicembre del 2016 a Sesto San Giovanni. Nel carcere di Rebibbia e davanti al gip Costantino De Robbio, nell’ambito dell’interrogatorio di garanzia, hanno scelto di non rispondere alle domande, il palestinese Abdel Sialem Napulsi, accusato dai pm di Roma di addestramento ad attività con finalità di terrorismo, e gli altri quattro cittadini tunisini a cui viene contestato il reato di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Intanto fonti giudiziarie della Procura di Roma fanno sapere che non c’è nessun elemento probatorio o riscontro concreto sull’ipotesi di mettere in atto un attentato alla metropolitana di Roma nel 2015 da parte dei cinque indagati come riportato da la Repubblica. In particolare si precisa che il riferimento ad un possibile attacco alla metro B della Capitale è fatto esclusivamente da un indagato che, ascoltato dagli inquirenti, parla del progetto sempre rimasto a livello di ipotesi e mai passato alla fase esecutiva.

A Foggia invece respinge le accuse il 59enne egiziano Abdel Rahman, presidente dell’associazione culturale islamica “Al Dawa” di Foggia, arrestato il 27 marzo su disposizione della Dda di Bari con l’accusa di terrorismo internazionale e apologia di terrorismo per aver indottrinato al martirio una decina di bambini durante lezioni di religione: “Non ho mai parlato ai bambini di teste sgozzate o mostrato immagini crude. Insegnavo loro solo le sure del Corano”. Abdel Rahman, ha risposto per circa due ore alle domande del giudice, assistito dall’avvocato Paolo D’Ambrosio. Stando a quanto si apprende da fonti della difesa, l’indagato ha spiegato di essere in possesso di materiale ritenuto sospetto, video di armi e addestramenti, di esecuzioni e istruzioni su come fabbricare bombe, solo perché “si documentava in internet sulla situazione tormentata del Medio Oriente”. Nell’interrogatorio ha detto di non aver mai condiviso quel materiale e di esserne in possesso per i suoi studi teologici. Ha poi condannato l’Isis, definendolo “per giovanotti invasati”.

Rahman, con cittadinanza italiana, laureato in Lettere, vive in Italia da 40 anni. A Foggia, dove presiede l’associazione culturale “Al Dawa” (ora sotto sequestro), ha sposato una donna pugliese convertita all’Islam con la quale ha gestito fino al 2013 un salottificio. Nell’interrogatorio ha spiegato di avere familiari cattolici con i quali è in ottimi rapporti e ha parlato del nipote della moglie, il docente 50enne residente a Ferrara, anche lui indagato per terrorismo e perquisito nei giorni scorsi. Con lui avrebbe chattato della festa musulmana del sacrificio degli animali e non, come sospettato dagli investigatori baresi dell’antiterrorismo, di sacrificio umano e martirio. Per il momento l’uomo resta in carcere ma la difesa si riserva nei prossimi giorni un ricorso al Tribunale del Riesame.