Correva l’anno 1972 quando Gregory Bateson diede alle stampe un testo fondamentale di cui è sicuramente – anche se inconsapevolmente – debitrice la filosofia del postumano, così come prima di essa l’ecologia profonda. Il testo è Verso un’ecologia della mente.

In essa Bateson svolge questa teoria.  L’uomo commette l’errore di pensare in modo finalizzato e trascura la natura sistemica del mondo. Per l’autore, abbiamo bisogno di appropriarci di un sapere che individui (frase bellissima) “la colla che tiene insieme le stelle e gli anemoni di mare, le foreste di sequoie e gli aggregati umani”.

Secondo Bateson, l’arrogante ottimismo dominante dell’uomo nei confronti della natura è causa della crisi della società di oggi. Per correggere tale errore, è necessario un cambiamento di prospettiva che, però, è qualcosa di più del cambiamento del punto di osservazione: è una riconsiderazione del rapporto uomo-natura e del senso del reale, a partire non da una prospettiva umana bensì da una modalità che riesca a porsi quale nuovo modo di pensare in una dinamica della mente ecologicamente orientata.

In buona sostanza, occorre un profondo e sentito cambiamento nella scala valoriale, abbandonando la visione antropocentrica per abbracciare quella olistica.

Mi sono sempre sentito di condividere la visione di Bateson – che, peraltro, corrispondeva a un mio preesistente modo di sentire – ma in questi 40 e passa anni che sono trascorsi dalla pubblicazione del testo non solo non ho visto un cambio di mentalità negli umani – fatte salve le pur pregevoli elaborazioni culturali in campo ecologico, filosofico, etologico – ma, anzi, ho assistito a un sensibile peggioramento, a un degrado degli stessi rapporti umani. Il che mi permette di elaborare una mia personale teoria, secondo la quale a monte di una ecologia della mente aperta alla natura, dovremmo appropriarci (o riappropriarci) di un’ecologia dei rapporti umani. E con questo scendo, scusatemi, dalle alte sfere del pensiero batesoniano al livello terra terra della vita quotidiana. E faccio qualche esempio, anche personale.

Io ho una certa cerchia di amici. Bene, in questi anni ho assistito a un mutamento in peggio dei nostri rapporti, nel senso che gli amici tendono a parlare solo ed esclusivamente di sé, di ciò che pensano, di ciò che fanno. Tenti di interloquire ed essi provano quasi fastidio o comunque non ti ascoltano.

Trasferiamoci dal mondo reale a quello virtuale. Io non so cosa avesse in mente Mark Zuckerberg quando inventò Facebook. Forse, come afferma David Fincher in “The Social Network”, semplicemente connettere le persone tra di loro. E va bene. Ma resta il fatto che se io ho l’enorme possibilità di dialogare con chi mi circonda, dovrei per l’appunto dialogare e non dare sfogo al mio individualismo, al mio narcisismo anche quello più becero.

Prima che esistesse Facebook, se io avevo una crisi diarroica ben difficilmente mi sarei attaccato alla cornetta del telefono per comunicarlo agli amici. Perché oggi devo renderlo di pubblico dominio? Spiace dirlo, ma i social network hanno amplificato, hanno fatto da cassa di risonanza a una tendenza già terribilmente in atto e palpabile: essi alimentano l’apparire, lo smanioso desiderio della gente di parlare di sé, anche se il sé è il vuoto pneumatico, è il nulla.

Oggi si è passati dai “15 minuti di celebrità” all’esposizione mediatica continua e assillante. È come se l’uomo fosse sempre al telefono o scrivesse sempre lettere in cui relaziona gli altri su ciò che fa. Riflettiamoci. È aberrante.

Questo post è solo uno spunto su cui mi riprometto di ritornare in futuro, anche auspicando un colloquio (sì, proprio un colloquio) con i lettori e dei contributi fattivi.

La morale è: prima di parlare di un rapporto olistico fra noi umani e la natura che ci circonda dovremmo recuperare un rapporto di scambio, solidale fra noi esseri umani stessi. Se siamo concentrati sul nostro ego, è impossibile che ci accorgiamo dell’esistenza di altre vite diverse da noi.