di Leda Adamo

Partita persa per le donne. Con la scelta di Maria Elisabetta Alberti Casellati alla presidenza del Senato l’era berlusconiana ha impresso il suo sigillo indelebile all’Italia dell’altrimenti  politicamente corretto e scottato definitivamente la coscienza di coloro ancora in grado di indignarsi.

Come dimenticare l’allora Cavaliere accolto dai genitori delle diciottenni alla loro feste di compleanno, ospite d’onore, e la fila di olgettine, starlet, donne di pseudo-spettacolo, tutte invitate alle cene eleganti? Come dimenticare le sue battute e barzellette di dubbio gusto, le cattive figure internazionali? Una pletora di corpi siliconati in vendita, arrivati sin sugli scranni parlamentari.

Su questo sfondo, l’elezione della Casellati al Senato si configura come l’ennesima partita persa per le donne: una carica ottenuta come premio “alla carriera”, per la cieca fedeltà al l’indifendibile Cavaliere, le cui intemperanze sbandiera di non di non aver mai notato, tanto da unirsi ai 150 parlamentari del Popolo delle Libertà che marciarono sul tribunale di Milano contro la celebrazione del processo Ruby. Per lei Silvio Berlusconi, anche dopo la sentenza in Cassazione, era innocente “e gli italiani lo sanno”; quelli che votarono a favore della decadenza erano un “plotone di esecuzione”. Lei non ci ha messo solo l’appartenenza politica, lei ci ha messo la faccia e, insieme ad altre donne, ha spiegato che credeva assolutamente che Ruby fosse la nipote maggiorenne di Mubarak.

Femmine contro femmine, mai donne contro donne, hanno offerto un’inquietante lettura del femminile italiano: e mentre in altri Paesi, le pasionarie come Marielle Franco cadono sotto i proiettili, in Italia uno Stato imbelle piange i femminicidi senza offrire alcuna previa tutela alle vittime, rimedia sfornando leggi ipocrite che impongono quote rosa e premiando con la seconda carica dello Stato (prima donna a raggiungere questa vetta) donne che difendono il capo.

Nel pietoso agone politico che ha caratterizzato queste elezioni, bene ha fatto il Movimento Cinque stelle col suo sfolgorante ma non sufficiente 32 per cento a non battere ulteriormente i piedi contro la sua candidatura, lasciando che la destra per intero si assumesse la responsabilità delle sue scelte, e si rispecchiasse nei suoi portavoce. Una destra che si lascia rappresentare sui social dai selfie sul water di Vittorio Sgarbi ed era pronta a farne il suo ministro per la Cultura.

La signora Casellati ricoprirà speriamo degnamente la sua carica ma che il suo curriculum politico non sia di esempio per le nostre ragazze. Due sono gli sconfitti che languono sul tappeto intessuto e steso dai furboni del Rosatellum: l’Italia e l’Etica. E mentre ancora gli irriducibili di destra e di sinistra difendono strenuamente la loro mangiatoie, tacciando di giustizialismo il povero Travaglio che si appella almeno al minimo sindacale del buon costume, aleggia sullo sfondo, sempre più pressante, il mormorio del popolo: menomale che il Movimento c’è.

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