“Io non «sono» teatro. Non «sono» luce, non «sono» Rubens. E neanche Poussin. Io sono cinema (il cui inventore si chiama Tintoretto, e non Lumière o Edison), oscurità, Rembrandt e Caravaggio.

Gli assi orizzontali, le simmetrie e le bellezze perfette mi irritano, come mi irrita chi trova invece di cercare. Voglio che il tempo disturbi lo spazio per destabilizzarlo, per intersecarlo di diagonali e di linee di fuga. Preferisco l’orgoglio alla vanità, l’esistenza all’essenza, il Dies irae all’Alleluja; preferisco il vino rosso allo champagne, e Rimbaud a Baudelaire.

In una parola, o in cento, io «sono» Napoli e non Venezia”.

Questo passo scritto dall’intellettuale francese Régis Debray nel feroce e densissimo pamphlet Contro Venezia, uscito una ventina d’anni fa, è forse la migliore spiegazione del travolgente successo che il cinema napoletano ha riscosso ai David di Donatello di quest’anno.

Ben undici dei 20 premi assegnati sono andati a film legati direttamente o indirettamente a Napoli. Cioè emanati dall’humus napoletano o inscritti dentro il ventre di Napoli per cogliere sensazioni, umori, tenerezze, sguardi che solo passando da Napoli si possono sentire.

Polemizzando con Venezia, vecchia signora borghese, ambita da intellettuali stranieri smaniosi di farvi lì il loro capriccio, Debray coglieva la natura complessa di Napoli, dove c’è sempre da qualche parte un segreto benché sia la città più aperta d’Italia, la più generosa, la più disponibile.

Una Napoli velata, che si concede all’immagine restando sempre conturbante, come già sapeva Rossellini.

Ne La tenerezza di Gianni Amelio, Giovanna Mezzogiorno dice a un certo punto una frase che forse riassume tutto il tono della pellicola: bisognerebbe tradurre gli odori, il fiato.

Il lavoro degli attori nel film, e soprattutto quello di Renato Carpentieri, vincitore del David come miglior attore protagonista, è tutto costruito su questa idea: restituire per così dire il fiato, gli odori, cioè i dettagli interstiziali che non si vedono ma ci sono, quelli che un attore normale non sa come rendere, ma un grande attore lo sa. Le leggere imperfezioni, le smorfie impercettibili che rendono un paesaggio dell’anima e dell’essere. Quel non essere dentro gli assi orizzontali o le simmetrie perfette che fa di Napoli, dell’aria di Napoli, della sensibilità, degli odori di Napoli un unicum.

Faceva un certo piacevole effetto vedere l’altra sera un grande attore come Carpentieri, finalmente riconosciuto unanimemente come tale (quest’anno oltre al David, ha vinto il Globo d’oro, il Ciak d’oro e il Nastro d’argento, praticamente tutto, caso forse unico nel cinema italiano); faceva effetto dunque vederlo riempirsi di lacrime mentre pronunciava poche intensissime parole: “la tenerezza è una virtù rivoluzionaria… E poi: il rischio ogni tanto fa bene, bisogna correrlo, ci sono un sacco di attori bravi…”.

La tenerezza come virtù rivoluzionaria e il rischio che fa bene: in quale altro luogo se non nella sbilenca Napoli, nella rubizza Napoli, nell’imperfetta Napoli, si potevano pensare idee così ricche di suggestioni e passioni nel loro essere centrifughe?

Dice ancora Debray che a Napoli, città di stravaganze, si può piangere a calde lacrime per la stessa ragione per cui vi si ride a gola spiegata mentre a Venezia, città autunnale, non si singhiozza per lo stesso motivo per cui nell’allegria non si ride ma soltanto si sorride.

Dunque sul palco dei David quest’anno si piangeva, ma anche si rideva pienamente: nel segno di questa felice logica dell’irregolarità hanno infatti vinto film come Ammore e malavita dei Manetti Bros., musical napoletano pieno di inseguimenti, morti vere e morti finte, colpi di scena da lasciar senza fiato, in una Napoli sempre sopra le righe, dove tutto è all’insegna dell’eccesso; e Gatta Cenerentola, film d’animazione in cui critica del degrado contemporaneo e favola priva di sdolcinature si intrecciano nel contesto di un immaginario tutto partenopeo opposto alle classiche forme da cartolina.

Più in generale, i David di quest’anno hanno premiato opere fresche, intelligenti, energetiche e controcorrente anche se diverse: oltre ai film napoletani, Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli, e due ottime opere già viste a Cannes lo scorso maggio: A ciambra di Jonas Carpignano e Sicilian Ghost Story di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza.

Il cinema italiano dovrebbe credere di più nella sua capacità di essere asimmetrico, intersecato di diagonali, caravaggesco. E bere più vino rosso che champagne. Che cosa facevano i maestri del cinema italiano del passato se non inseguire l’utopia dell’imperfezione?