C’è una persona che ha esplorato l’universo, ha visto i suoi oggetti più esoterici, ha fatto cambiare colore ai buchi neri, usando come veicolo spaziale la sua sedia a rotelle. Un gigante della fisica che non poteva portare sulle sue spalle nessuno. Capace di percorrere milioni di anni luce senza mai abbandonare il suo incredibile spazio mentale, capace com’era di muovere solo gli occhi e forse un dito. Non è più. Ieri, mercoledì 13 marzo, il sovrano delle Aquile, uomo la cui mente volava più in alto di chiunque mentre il suo corpo era inchiodato in una sedia a rotelle, è morto. Stephen Hawking, è morto.

Il suo libro Dal Bing Bang ai buchi neri: una breve storia del tempo, dove racconta la moderna teoria cosmologica ha venduto più di 10 milioni di copie e non è un libro facile. Come non è stata facile la sua vita. Nel 1963, quando era ancora studente, gli venne diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica, la Sla, conosciuta anche come malattia di Lou Gehrig. Gli venne detto che aveva un’aspettativa di vita di qualche anno. Ha disatteso le aspettative, non ha dato retta e ne ha vissuti ben di più, anni che gli hanno consentito di diventare il massimo esperto di buchi neri.

Dieci anni dopo, nel 1973, giocando con la fisica quantistica, arriva alla scoperta indesiderata, scomoda anche per lui, che i buchi neri non sono neri. Non sono del tutto neri. Non è vero che assorbono tutto, per sempre, diventando sempre più massicci. Hawking dimostra con il calcolo, vede con gli occhi della mente, che possono affievolirsi, rantolare – nell’immagine di Dennis Overbye nel suo necrologio sul New York Times di oggi, cui sono debitore – rilasciare radiazioni e particelle, esplodere. Scomparire nelle pieghe infinite del tempo. Non sono dei distruttori infiniti: sono anche creatori.

La comunità scientifica considera oggi il suo articolo del 1974, pubblicato da Nature con il titolo Esplosioni di buchi neri la prima pietra nella costruzione della cosiddetta Teoria del tutto, capace di comprendere le interazioni elettromagnetica, debole e forte con quella gravitazionale. Scusate se è poco.

Ieri è morto e ha chiesto che la sua formula per la cosiddetta radiazione di Hawking – radiazione termica emessa dai buchi neri a causa degli effetti quantistici- venga incisa sulla sua pietra tombale di essere umano che ha spinto la sua vita al limite. La malattia non gli ha impedito di girare il mondo, Antartide compresa; di essere padre di tre figli, sposato due volte; di fare vincere un premio Oscar a Eddie Redmayne, che lo ha interpretato nel film sulla sua vita; di essere cartone animato nei Simpson e se stesso nella serie televisiva The Big Bang Theory, giustamente.

Grazie per avere dimostrato cosa si è in grado di fare se la mente è valida, indipendentemente da qualunque handicap: non per nulla aveva in programma di andare nello spazio come passeggero dello SpaceShipTwo di Richard Branson.

Gli è mancato il tempo, ma è fra le stelle.

Felici scoperte, Dr. Hawking