Di recente, in risposta a un precedente messaggio, e riconfermando che avrei votato M5S, ho raccomandato al vicesindaco di Torino, Guido Montanari, di astenersi – come giunta – dal candidare Torino per le Olimpiadi invernali del 2026. Mi auguro ancora che Torino non si candidi, invece pare stia capitando proprio questo, che, tra l’altro costituirebbe anche un esempio di convergenza fra il Movimento e la Lega. Infatti, forse il maggior promotore della manifestazione sulle montagne già olimpiche è quel Valter Marin, leghista, entusiasta sostenitore di Torino 2006, per ben dieci anni sindaco di Pragelato (dove fu realizzato quel massacro ambientale che sono i trampolini con un pendio boscoso completamente sventrato), e attualmente sindaco di Sestriere.

Perché opporsi a nuove Olimpiadi se gli impianti ci sono già e infatti esse vengono definite low cost?

Primo motivo. Innanzitutto, per coerenza. A Roma, la grillina Virginia Raggi ha rifiutato la candidatura di Roma a quelle del 2024. A settembre, Damiano Carretto, consigliere Cinque stelle a Torino affermava che era praticamente impossibile che i giochi tornassero sotto la Mole.

Secondo motivo. Le grandi manifestazioni sono sempre più un buco nero. Secondo uno studio della East London University, i Giochi della quarta fase dell’era moderna (da Barcellona in poi, per intendersi) anche se vengono presentati come opportunità di rigenerazione per la città che li ospita, finiscono poi col diventare uno spreco di risorse pubbliche e un ottimo affare solo per speculazioni private e corruzione.

Del resto, ci sarà pure una ragione se Monaco ha rifiutato la candidatura alle olimpiadi invernali del 2022 e Amburgo e Boston (come Roma) quella alle Olimpiadi estive del 2024.

Terzo motivo. Il debito pubblico. Non è bastato il buco nero creato da Torino 2006, quella di “Passion lives here”, per intenderci? “Errare humanum est, perseverare diabolicum.” Certo, si dice che questi giochi costerebbero poco. Due miliardi di euro in totale. Ammesso che due miliardi siano da considerare bruscoletti, l’esperienza passata ci dice anche che un conto sono i preventivi e un altro i consuntivi. In una città come Torino che, tra l’altro, già fatica a tirare avanti a causa dei debiti accumulati. Senza contare il consumo di territorio. Ad esempio, mi domando: dove si realizzerebbero i nuovi villaggi per gli atleti e per i mass media?

Quarto motivo (e non ultimo). Non è ora di smetterla di ragionare in termini di gigantismo tipo Expo o Olimpiadi? E non è forse il caso invece di abbracciare la logica del Piccolo è bello di Ernst Friedrich Schumacher? Dobbiamo porre le basi per una nuova società basata quanto più possibile su autarchia e frugalità, e respingere con decisione i tentacoli strangolatori di gigantismo e globalizzazione. Sogno? Ma che vita è quella in cui non si sogna?