E’ “il vincitore delle elezioni politiche italiane” e “giovani, poveri e gli italiani del Meridione in maniera sproporzionata si sono accodati dalla sua parte, sulla base della promessa di fermare la corruzione, le politiche di austerity dell’Ue e altre misure in favore degli oppressi“. Così il Financial Times, a firma del corrispondente da Roma James Politi, dedica un profilo a Luigi Di Maio. “A differenza dell’altro vincitore del voto populista, Matteo Salvini, Di Maio ha cercato di guidare i 5 Stelle verso posizioni più moderate, in particolare sull’euro. Si incontra regolarmente con leader industriali e ambasciatori europei, ed è volato anche a Londra per rassicurare gli investitori”, scrive il quotidiano. “Di Maio potrebbe essere solo l’ultimo leader italiano a fare promesse irrealistiche a una generazione ed ad una regione (quella meridionale, ndr) che cercano disperatamente un cambiamento. Ma questa volta, gli elettori gli hanno dato il beneficio del dubbio di poter diventare il primo premier dall’impoverito Mezzogiorno sin dal 1989″.

Il ritratto in realtà parte da prima del 4 marzo, quando Di Maio, prima di diventare il leader del movimento anti-establishment, si era recato alla cattedrale di Napoli per il “miracolo di San Gennaro”. Che ha portato bene, racconta Politi, sia al partito che al candidato. Si torna agli esordi, agli studi mai conclusi, ai lavoretti fino all’ascesa “accidentale per alcuni” nel M5S e al voto che domenica scorsa ne ha consacrato la leadership e il ruolo di candidato ufficiale per un governo, se mai si farà. “I Cinque Stelle che cercavano di passare dall’opposizione arrabbiata a un potenziale partito di governo videro nel signor Di Maio il perfetto frontman. Impeccabilmente vestito, in giacca e cravatta, si impegna raramente in polemiche insulse e insultanti per le quali era noto il fondatore. Non esce mai dal seminato, non si fa trascinare, è sempre molto composto”, sostiene Picone.