Non esattamente popolare, il D’Alema non eletto nel suo collegio salentino si riscopre populista. “Populisti? No, li votano a sinistra e il Pd si confronti coi Cinque Stelle”. Così titola l’intervista di oggi al Corriere dell’ex leader Maximo D’Alema che sprona la sinistra a vedere le carte di Di Maio e rivendica la sua candidatura come un “errore politico” frutto di passione indomabile. Il colloquio con Aldo Cazzullo parte dalla corsa di Liberi e Uguali che va a sbattere contro un misero 3,4% che vale appena 18 seggi tra Camera e Senato. Si torna a quando D’Alema diceva “piuttosto che restare nel Pd, meglio prendere il 3%”. Detto, fatto.

La sinistra dovrebbe fare il governo coi grillini?, chiede Cazzullo. Risposta: “Non so se ci siano le condizioni per fare un governo. So che il centrosinistra non può sottrarsi al confronto; ha il dovere di andare a vedere. Nel momento in cui i 5 Stelle passano dalla propaganda elettorale alla responsabilità di governo, dovranno fare una selezione delle priorità dei passi possibili. È una sfida cui io li chiamerei. Se invece tutti si alleano per impedire loro di governare, la prossima volta prendono il 50%”. E ancora: “Lì c’è un pezzo del nostro mondo. Il confronto è necessario a verificare la possibilità di avere un programma comune, non demagogico ma in discontinuità con questi anni. Se non le soluzioni, la direzione di marcia dei 5 Stelle è condivisibile: ridurre le disuguaglianze, occuparsi del Mezzogiorno, colpire i privilegi: tutti, non solo quelli dei politici; ce ne sono di assai maggiori. Si tratta anche di capire se i 5 Stelle vogliono davvero governare”. Dialogo, quindi. “Se Togliatti dialogò con Guglielmo Giannini, il fondatore dell’Uomo Qualunque, il centrosinistra può dialogare con Luigi Di Maio”.

“Non sono contento del risultato” ammette l’ex premier e segretario Pds e Ds, “ma le ragioni per cui ce ne siamo andati sono le stesse per cui in cinque anni se ne sono andati 2 milioni e mezzo di elettori. Non erano critiche di un gruppetto di rancorosi; era un esame pertinente della situazione. Avevamo ragione”. Cazzullo infierisce facendo notare che restando nel Pd così bastonato dalle urne e con leadership azzoppata la minoranza da lui capeggiata se la giocherebbe. “Abbiamo di fronte lo stesso problema: costruire un nuovo centrosinistra. Liberi e Uguali può dare un contributo fondamentale”. L’autocritica del fallimento è legata soprattutto al metodo: “Non abbiamo saputo mettere in campo una proposta che ci distinguesse. Siamo apparsi una parte di quel centrosinistra che gli elettori hanno condannato; infatti andiamo bene dove va bene anche il Pd, e andiamo male dove anche il Pd va male. Ci siamo mossi tardi”. Sbagliato è però anche il tempo, la scissione doveva arrivare prima: “Ce ne siamo andati poco prima delle elezioni, abbiamo cambiato due simboli – Articolo 1, Mdp, Leu – in pochi mesi. Se lanci un prodotto sul mercato in questo modo, non hai nessuna possibilità di successo. E dovevamo marcare una più netta discontinuità di programma, dare un profilo più chiaro di novità, anche con le candidature”. Il giornalista provoca: “Anche la sua”.

E arriva l’ammissione di un “errore politico”. “Lo riconosco: accettare la candidatura è stato un errore ma sul piano personale ho fatto quel che mi sentivo: combattere per le cose in cui credo. Ognuno deve seguire il suo demone. Io sono fatto così”. Il futuro di Leu? Non sarà nel Pd. “Abbiamo avuto un milione e 100 mila voti: pochi per dire “la sinistra siamo noi”; troppi per dire che abbiamo sbagliato tutto. È un voto militante, appassionato, che non va disperso. Liberi e uguali deve essere la forza propulsiva del nuovo centrosinistra. Ora dobbiamo organizzarci in quel campo, che può tornare a essere competitivo; come dimostra la vittoria di Zingaretti”. Voi il centrosinistra l’ avete diviso, fa notare Cazzullo. “Il Pd non perde perché c’è Leu; perde perché si è separato dal suo popolo. E la campagna sul voto utile per fermare la destra ha spinto molti verso i 5 Stelle”.

Come chi lascia il compagno, senza tutta la convinzione, D’Alema auspica un futuro luminoso al Pd non senza un paternalistico invito a cambiare praticamente tutto. “Sono fiducioso che in quel partito maturi la consapevolezza che non si tratta solo di cambiare leader, ma linea politica. La propaganda sulla crescita non ha commosso nessuno: perché l’ Italia cresce meno degli altri; e perché la crescita può convivere con l’ aumento delle disuguaglianze e della povertà, se non c’ è un’ azione politica sulla qualità sociale dello sviluppo”. E si arriva ai populisti che hanno vinto. Qui D’Alema dimentica di aver pestato per anni quel tasto. ”I cittadini scelgano, perché se vogliono passare dal populismo di Berlusconi a quello di Grillo, che sarebbe la rovina del paese, possono fare, purché non vengano poi a lamentarsi” diceva alla festa democratica di Reggio Emilia nel 2012. Ma sono diverse ere geologiche fa.

E infine la stoccata al Pd che si barrica dietro la sconfitta. “Che senso di responsabilità nazionale è dire “sto all’opposizione”, quando è evidente che non c’ è modo di formare un governo? All’ opposizione di che? Capisco che Renzi viva una fase di smarrimento; ma la sua posizione non ha senso compiuto. Vogliamo tornare al voto con il Rosatellum? Pensano di essere così furbi da indurre i 5 stelle a fare il governo con la Lega? Mi ricordano Tecoppa: “Fermati, che ti infilzo!”. L’ alternativa sarebbe l’ astensione per far nascere un governo di centrodestra. “Sarebbe un suicidio”. Ma peggio andare con Salvini sul quale “non ho un pregiudizio ma un giudizio: non possiamo avere nulla a che fare con un lepenista. Vorrebbe dire prendere quel che resta della sinistra italiana e consegnarla a Di Maio”.