“Non vi può essere vera libertà se non vi è anche giustizia sociale”. O ancora: “Non esiste democrazia senza legalità”. Sandro Pertini non l’ha mai mandata a dire a nessuno. A Bearzot che sbaglia carta da giocare a scopone di ritorno dai Mondiali dell’82, ai missini che vogliono tenere il loro congresso a Genova nel 1960, alla madre che chiede al regime fascista la grazia per il figlio. Il presidente della Repubblica più amato dagli italiani è finalmente servito nel documentario Pertini – Il combattente, ideato, scritto e diretto da Graziano Diana e Giancarlo De Cataldo, e dal 15 marzo 2018 nei cinema. Compresso e ristretto in 76 minuti di film, principalmente stralci di repertorio e archivio dagli anni cinquanta e ottanta, in cui rifulgono morale cristallina, valori politici socialisti e antifascisti, e un’instancabile vitalità nello stare in mezzo alla gente. Toccare, abbracciare, solidarizzare, ascoltare. Come un papa, più di un papa. Devozione mistica verso l’idolo.

Perché l’idolo è limpido, solare, diretto, senza mediazioni. In un impasto di straordinaria solidarietà sociale e rispetto estremo delle istituzioni. Perché Pertini si spinge oltre i limiti delle formalità. Si sporge oltra la balaustra dello stadio Bernabeu per il gol di Tardelli, scende dallo scranno di presidente della Camera portando i magistrati nelle lavanderie di Montecitorio per piangere delle prime tangenti socialiste, si infila senza scorta e senza pipa ai funerali di Walter Rossi di Lotta Continua (ed LC gli dedica un appassionato editoriale nel giorno della sua elezione al Quirinale) come un comune cittadino.

Diana e Di Cataldo provano a circoscrivere questo vulcano di attivismo, tentano di dare una struttura al loro documentario chiedendo testimonianze sul loro soggetto ai giovani di oggi (giovani engagé, ca va sans dire), a giornalisti e storici (che ne combinano di tutti i colori). Solo che Pertini dentro ad uno schema non ci riesce a stare. Scalpita, spinge, corre via. Impossibile stringerlo all’interno di un documentario, improbabile riuscire anche solo per un momento a far comprendere la vastità di un secolo, mica tanto breve, come il Novecento che alberga nell’anima e nella storia personale del “presidente”. Il rischio è andare fuori fuoco, uscire dal contesto del “tempo” di allora, etichettando l’alieno con bollini preconfezionati dell’oggi. Così quando Marcello Sorgi lo definisce un presidente “populista” (perché Pertini fa un appello pubblico in cui si chiede come non possano essere ancora state ricostruite le abitazioni dei terremotati del Belice dopo dieci anni), o quando Paolo Mieli parla di “terrorista dalla parte del giusto come Mandela” (perché Pertini partigiano socialista vuol far saltare in aria il teatro Adriano di Roma dove si dovevano radunare gerarchi fascisti), capisci che anche cinematograficamente quel ribelle istituzionalizzato di Pertini non può essere spiegato, incasellato, declinato ad una sintesi minima 2018.

Pertini, personaggio cinematografico, deve semplicemente esserci. A briglia sciolta, senza meta e senza confini. Imbianchino, muratore, comparsa (con bicicletta) in un film, per campare; partigiano, combattente, rivoluzionario, carcerato per tre volte, nel Ventennio fascista e durante la seconda guerra mondiale, il presidente declamato da Toto Cutugno e dagli Skiantos (ma sono in tanti a “cantarlo” nel film, idea carina ma slegata molto dal contesto politico, come del resto la piatta animazione) giace nella memoria degli italiani come il politico più onesto e giusto, più imprevedibile e cordiale. Uno che che nel settennato presidenziale non rinnova nemmeno la tessera di partito perché è uomo al di sopra delle parti. “Per noi il combattente Pertini è qualcosa di più di un santino oleografico: è un’affinità elettiva, è l’integrità che illumina la lunga notte del regime e della prima repubblica, è l’orgoglio delle idee, è la furia della battaglia – spiegano i registi nelle note stampa – È l’eroe incorruttibile, libero, severo, ma anche guascone e maldestro, che tutti noi vorremmo avere accanto”. L’animazione del film è a cura di VFX Palantir Digital.