Non sembra che la mafia – il potere mafioso, nel senso in cui lo intendeva Giuseppe Fava – sia stata molto ricordata in questa campagna elettorale. Non lo sono stati nemmeno Fiat, Bialetti, Omsa, Benetton, Ducati, Dainese, Geox, Rossignol, Calzedonia, Stefanel, Telecom – alcune delle centinaia di industrie italiane “delocalizzate”, tolte cioè ai lavoratori che le avevano costruite con decenni di sacrifici e spedite all’estero alla faccia di tutti. Entrambi questi poteri, la finanza mafiosa e l’impresa egoista, fanno quello che vogliono da circa vent’anni, senza nessun controllo, con la complicità della destra e con la tolleranza colpevole della “sinistra”: complicità e tolleranza che hanno finito per confondersi, rendendo i vari governi simili l’uno all’altro e mescolando in un solo establishment il personale politico di qua e di là. Non siamo più in Repubblica, né queste, coi criteri d’un tempo, sarebbero considerate ancora delle vere elezioni.

Vent’anni son tanti: generazioni di giovani cresciute senza assaggiare la differenza fra Lavoro e posto di lavoro, senza vedere politica, senza mai sospettare di avere dei diritti da cittadino. La servitù – scriveva Tacito – rende servi. Non sono più i politici ladri o i padroni feroci la rovina finale del Paese. E’ l’abitudine, il “tutti uguali”, il “che ci posso fare?”, la risata sguaiata di fronte ai mali altrui, il sorriso ebete sotto le prepotenze.

Alla fine, logicamente, sono arrivati i capi espiatori: i terroni, gli zingari (ebrei non ce n’erano più) e i negri. E a questo punto a sparargli per le strade c’era solo un passo, e questo passo è stato fatto. Domani, come in America, spareremo ai ragazzini nelle scuole oppure, come nel Reich, li affogheremo da piccoli, tanto sono “invasori”. A questo s’è ridotto il bel popolo italiano, il popolo che cantava, che divideva il pane e non aveva nemici in alcun luogo del mondo.

Siamo una minoranza ora, gl’italiani. Fra ariani, camorristi, padani, uomini di rispetto, prostituti (tutti di razza bianca), noi italiani all’antica siamo forse metà del Belpaese. Dico all’antica non per dire un’età ma per dire Pertini, Bearzot, papa Giovanni, Mina, maestro Manzi, Di Vittorio, Diego Novelli sindaco di Torino: la piccola buona Italia che ci ha cresciuti, comunisti o cattolici, spesso la stessa cosa. Puoi farne parte anche tu: sei bianco, sei nero? Non importa. Hai quindici anni, ne hai cinquanta? Importa anche meno. Se di Vigevano, sei di Tortorici? E che ce ne frega. Sei allegro, sei coraggioso, non hai bisogno per vivere di avere paura di nessuno? E allora sei italiano, e tienitelo stretto perché, alla faccia degli egoisti e dei fighetti, è una gran bella parola. Era bella quand’eravamo poveri e sbarcavamo nel mondo con un fagotto in mano, è bella ora, ma per chi se la sa meritare.

E’ tempo d’elezioni (chiamiamole elezioni…) e adesso dovrei anche chiederti per chi voti. In verità me ne importa pochissimo, m’interessa di più cosa farai il giorno dopo. Ricordati che c’è un potere mafioso e ci sono dei padroni feroci e che se ne non te ne liberi tu non te ne libererà nessuno. Votare dobbiamo perché se no insulteremmo chi ci ha lasciato la pelle per permetterci di votare. Voteremo sbagliando perché dopo vent’anni di rincoglionimento generale nessuno può pretendere che siamo ancora in grado veramente di ragionare. Ma quello che faremo dopo il voto, quello è ancora tutto da raccontare.