Dura la scelta questo giro di elezioni. Tra le notizie che riportano rincorse a sputarsi addosso fatti e misfatti, che coinvolgono un po’ tutti i partiti del panorama politico italiano, ne spicca una in particolare, che mi ha colpito in questi ultimi giorni. Quella interna al Pd altoatesino che, a soli dieci giorni dal voto e, quindi in pieno rush finale di campagna elettorale, si spacca clamorosamente e fragorosamente.

Alcuni esponenti di spicco, mica semplici tesserati, hanno deciso di uscire dal partito e prendere la porta d’uscita, sbattendola in faccia alla nomenklatura nazionale che ha imposto al partito locale le candidature di Gianclaudio Bressa e Maria Elena Boschi, lasciando a casa la deputata locale e uscente Luisa Gnecchi. La candidatura imposta di Maria Elena Boschi era già “viziata” da una forzatura nata come partita di scambio tra Pd e SVP, per garantire alla SVP l’elezione di un rappresentante nel proporzionale e per altre vicende più “materiali”, già spiegate nell’articolo del Fatto.

A Roma non si sono resi conto che la specificità del territorio altoatesino non permette imposizioni così fortemente calate dall’alto, senza nemmeno considerare la base che, poi, in campagna elettorale, serve davvero per trascinare al voto la cittadinanza. Il rischio, molto serio, è proprio quello di vedere un grande disimpegno nella base piddina altoatesina nel portare avanti la campagna elettorale. E, all’emorragia dei partecipanti di spicco, che è eclatante in forma e modo, seguirà sicuramente la perdita dei voti delle aree di riferimento dei soggetti stessi, radicati sul territorio e attivi, molto attivi politicamente. Ma, davvero questo Pd pensa di poter sempre bypassare il senso di territorialità profondamente intenso in queste regioni di confine? Davvero pensa, il Pd nazionale, di non potersi fare carico, con il dialogo e il confronto, di un coinvolgimento maggiore dei territori e dei suoi rappresentanti nella scelta dei candidati?

A mio modesto parere questa è una strada molto pericolosa, che porta a far allontanare maggiormente le persone dal voto del 4 marzo prossimo o, peggio ancora, orienta molti elettori verso forze politiche diverse. Ma, a volte, non si capisce davvero dove il Pd nazionale voglia arrivare; leggo che Renzi non ha intenzione alcuna di dimettersi, nemmeno qualora il risultato elettorale lo bocciasse pesantemente. Sarebbe a dire che il “rottamattore” non può essere rottamato, nemmeno quando nel suo progetto è finita proprio la stessa macchina che voleva creare.

Se questa è la politica nuova, non trovo differenze con quella precedente; avanti sempre i soliti, purché della stretta cerchia del “giglio magico”, sia in Alto Adige che in tutto il resto d’Italia. Poi, ripeto, non chiediamoci continuamente perché la gente, disamorata da questo schifo di politica, non vada più a votare.