“Finalmente noi donne ci stiamo muovendo nella direzione giusta!” E’ l’esclamazione di Isabelle Huppert dal Festival di Berlino dove – ironia della sorte – la vediamo interpretare il ruolo della prostituta Eva, omonima al titolo del film in concorso diretto da Benoit Jacquot. “Accolgo sempre con speranza la nascita di movimenti che sostengono l’emancipazione femminile e addirittura, come nel caso di #MeToo, tentano di proteggere collettivamente tutte le donne che hanno il coraggio di denunciare le molestie di cui sono state vittime. Troppo tempo in silenzio è trascorso, mi auguro che un passo come questo sia anche definitivo”, ha continuato l’attrice francese che – dalle parole pronunciate – sembra assai distante dalla collega connazionale Catherine Deneuve.

Peccato che, come accaduto per Pattinson e Wasikowska, anche la sempre magnifica Isabelle a questo giro sembra aver mancato il bersaglio della perfezione, essendo purtroppo la protagonista dell’opera del concorso più brutta tra quelle finora viste. Insomma, una divina assolutamente sprecata dentro a un ruolo mal scritto e diretto. Ma Jacquot voleva la sua sensibilità per vestire i panni dell’ambigua Eva, eroina della rivisitazione per il cinema del romanzo del britannico James Hadley Chase, a cinquant’anni dall’adattamento di  Joseph Losey. Al suo fianco  Gaspard Ulliel, cui spetta la parte di leading character maschile come perfido Bertrand, un giovane impostore che si sostituisce quale autore di una pièce teatrale di successo al reale drammaturgo anziano deceduto davanti ai suoi occhi; è l’incontro con Eva a definire il suo destino.

Uno scambio di ruoli quello del personaggio di Bertrand per un’opera fondata sul metalinguaggio (letteratura/teatro/cinema) dalle prospettive tanto affascinanti quanto deludenti.  Ed un rapporto, quello fra letteratura e cinema, che sabato è stato il protagonista assoluto della Berlinale, e certamente con espressioni migliori di quanto non abbia mostrato il cineasta francese. Solidissimi e impeccabili nell’armonia tra forma e contenuto, i lavori del tedesco Christian Petzold e del russo Alexey German Jr, entrambi in corsa per l’Orso d’oro, si sono infatti rivelati all’altezza delle aspettative di due talenti del cinema contemporaneo peraltro in un momento di  grande forma. Se il primo ha raccontato con Transit (tratto dal libro di Anna Seghers) sotto forma di metaromanzo un complesso e ambiguo giro di vite e identità in fuga da nemici che – distopicamente – riferiscono ai nazisti nell’occupazione della Francia, il secondo ha elaborato un dolente ritratto dello scrittore Sergey Dovlatov intercettato in sei giorni nel novembre del 1971, ovvero in piena censura sovietica che costrinse un’intera generazione di artisti e intellettuali al perenne tormento o all’esilio. Come è noto, Dovlatov scelse la “libertà” di New York per essere pubblicato e – purtroppo – per morire troppo giovane (a 48 anni) per godersi la meritata fama.

E in esilio morì, come tutti sanno, anche un altro autore, l’immenso Oscar Wilde, a cui Rupert Everett ha dedicato il suo esordio registico nell’appassionato e tormentato The Happy Prince, presentato sabato in Berlinale Special. Inevitabilmente egli stesso nei panni di Wilde, l’attore britannico non ha nascosto la fatica di un’opera “in progress” da 15 anni, un lavoro così fortemente desiderato quale omaggio al personaggio che tanto professionalmente quanto personalmente lo ha segnato da sempre. “Avevo sei anni quando ho fatto la mia prima conoscenza con l’opera di Wilde, la fiaba The Happy Prince appunto, abbiamo viaggiato insieme finora, spero di avergli restituito degnamente quanto lui mi ha dato”. Accomunati infatti anche dall’omossessualità, Wilde ed Everett hanno lottato e non sono mai fuggiti dall’affermazione della propria identità: “Molti sono i parallelismi fra noi nell’essere non raramente emarginati, non accettati. Posso affermare senza dubbio alcuno che il movimento LGBT è iniziato con lo scandalo Wilde, da lui è iniziato un viaggio incredibile. Ma non dimentichiamoci che ci sono Paesi in giro per il mondo dove essere gay è ancora un disastro”.

Girato per la maggior parte in Germania ma anche in Italia (la Palomar di Degli Esposti e co-produttrice e il film uscirà da noi per Vision Distribution a fine aprile), The Happy Prince racconta gli ultimi anni parigini di Wilde, uomo ormai distrutto e votato al sacrificio. “Oscar – spiega Everett – aveva una natura autodistruttiva diagnosticata pre-freudianamente e si sacrificò per diventare immortale, aveva in sé un forte complesso cristico”. Commovente ed appassionato, il suo The Happy Prince compensa ogni difetto di squilibrio barocco con il cuore pulsante di chi l’ha girato e interpretato, presentando l’uomo-Wilde come il corpo-sintomo di un dolore necessario, un’anima sensibile votata all’eterna ricerca dell’amore totale.