Lunga 2,59 metri e larga 2,3. Un secchio per i bisogni. Un tappeto in terra per dormire. È stata inaugurata il 14 febbraio a Firenze, davanti al Mandela Forum, una ricostruzione della cella dove il prigioniero 46664, alias Nelson Mandela, fu tenuto per 18 dei suoi 27 anni di prigionia nel carcere di Robben Island, al largo del Sudafrica. Il Mandela Memorial, così si chiama l’opera visitabile 24 ore su 24, è il primo di una serie di omaggi che Firenze dedicherà nel 2018 a Nelson Mandela, suo cittadino onorario dal 1985, nel centenario della sua nascita.

All’inaugurazione c’era anche la prima nipote del Premio Nobel per la Pace, Ndileka Mandela. Occhiali da sole e una folta chioma di treccine grigie raccolte sul capo, la donna ha avuto un lungo momento di commozione, quando il sindaco di Firenze Dario Nardella (Pd) ha scoperto l’opera sfilando una grande bandiera arcobaleno che la copriva. La cella, infatti, è visibile anche dall’esterno, grazie alle pareti trasparenti, che la differenziano da quella originale. Quando ha fatto il suo ingresso nello spazio angusto, Ndileka Mandela si è inginocchiata e ha pianto, il volto coperto dalle mani.

“Entrare oggi in questa copia della cella mi ha turbata: è lo spazio in cui la guardia carceraria trovò mio nonno raggomitolato nella coperta, dopo che gli fu annunciata la morte di mio padre”, ha spiegato. La prima volta che vide il nonno fu dopo i 16 anni. “Le leggi dell’epoca consentivano di visitare qualcuno in prigione solo dopo il sedicesimo anno di età”, ha aggiunto. La prima cosa che Madiba le chiese, fu se poteva studiare. “In tutte le lettere che mi scriveva parlava sempre dell’importanza di studiare” ha detto la nipote dell’ex presidente del Sudafrica e protagonista della lotta all’apartheid, scomparso nel 2013, a 95 anni. Per lei la cella dovrebbe ispirare i politici di oggi ad agire per il bene e i giovani a non perdere mai la fiducia nonostante le avversità.

Nella cella, l’autore di “Sono pronto a morire” entrò il 13 giugno 1964, per uscirne il 31 marzo 1982, quando fu trasferito nella prigione di Pollsmor prima e poi in quella di Victor Verster, fino al 1990. Durante la detenzione, Madiba raccontò di aver resistito anche grazie alla poesia Invictus, di William Ernest Henley: “Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanta piena di castighi la vita, io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima”, gli ultimi versi.

Mandela visitò nuovamente la cella nel 1998 insieme all’allora presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton. “Arrivare a Robben Island era come andare in un altro Paese. Il suo isolamento ne faceva non soltanto una prigione, ma un mondo a sé stante”, scrisse nella sua autobiografia Il lungo cammino verso la libertà.

Ha voluto riportare l’attenzione alla recente cronaca nazionale, il sindaco di Firenze, Dario Nardella. “Oggi la nostra città sceglie di ricordare questo protagonista del XX secolo con l’inizio di una serie di festeggiamenti in vista del centenario della nascita ma soprattutto con la volontà, praticata ogni giorno, di continuare la sua battaglia contro intolleranza e razzismo, mali che purtroppo affliggono ancora la nostra società”.

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