I mafiosi volevano ammazzarlo alla vecchia maniera: i massi piazzati in mezzo a una strada di montagna, l’auto blindata costretta a fermarsi e un commando di killer che spunta dai boschi per fare fuoco a colpi di fucile. Gli è andata male. Anzi malissimo. Perché da quell’agguato Giuseppe Antoci è uscito illeso. E da quel giorno di maggio 2016 della battaglia solitaria condotta dal presidente del parco dei Nebrodi hanno cominciato a parlare tutti. In tutta ItaliaMichele Emiliano lo ha scelto come numero due alle primarie del 2017. Matteo Renzi lo ha voluto prima alla Leopolda e poi al vertice del dipartimento Legalità del Pd. Doveva essere uno dei volti nuovi dei dem al Sud. La faccia antimafia di un partito che combatte la cosche.

Parole. Perché alla fine il suo nome non è stato nemmeno incluso nelle liste per le politiche del prossimo 4 marzo. Nel collegio di Messina gli hanno preferito il rettore Pietro Navarra, nipote di Michele, considerato lo storico boss mafioso di Corleone. “Io non avevo ambizioni personali ma certo, dopo averne tanto parlato, la mia mancata candidatura ha fatto brindare un po’ di gentaglia”, dice Antoci al fattoquotidiano.it. Un brindisi che adesso sarà con tutta probabilità replicato. Sì, perché, il governo regionale di Nello Musumeci ha commissariato il parco dei Nebrodi. Tradotto: Antoci è stato rimosso. La logica è quella dello spoils system: via manager e dirigenti nominati dal vecchio governo di centrosinistra, dentro quelli nuovi, fedeli alla destra. Come negli Stati Uniti d’America. Ma i Nebrodi non lontanissimi dall’America. Qui la cacciata di Antoci è un segnale chiaro, netto, evidente. Che ha fatto arrabbiare 22 sindaci dei comuni della zona. “Siamo preocupati, perché dopo anni di commissariamenti abbiamo finalmente visto ripartire l’ente che è diventato volano di sviluppo e attrattiva turistica”, hanno scritto al governatore.

“Cosa nostra vuole uccidermi, ma per adesso non ce l’ha fatta. La politica, invece, mi ha fatto fuori. Questo è un messaggio. Mi chiedo indirizzato a chi”, dice invece Antoci. “Sapevo che mi avrebbero cacciato. Io non sono interessato a incarichi o poltrone: da presidente del parco dei Nebrodi ho un rimborso mensile da 700 euro. Mi chiedo solo se capiscono che così mi espongono. Espongono me e la mia famiglia“, spiega nel giorno in cui la giunta regionale si è riunita per azzerare i vertici degli organismi pubblici vigilati dagli assessorati. “Ringrazio il presidente  Musumeci che, attraverso la mia rimozione mi ha fatto comprendere, in maniera inequivocabile, da quale parte sta”, commenta pochi minuti dopo la sua cacciata. Il suo incarico sarebbe scaduto tra sei mesi, ma hanno deciso di defenerstrarlo in anticipo. “Mi chiedo che fretta ci fosse“, sorride amaro l’ormai ex presidente del parco. “Non c’è nessun caso Antoci. Abbiamo commissariato tutti i presidenti dei parchi utilizzando la legge sullo spoils system varata dal precedente governo di centrosinistra. Se ho ringraziato Antoci per il suo lavoro? Ho ringraziato tutti gli ex direttori con apposito comunicato”, replica Musumeci sentito da ilfattoquotidiano.it. E il protocollo di legalità inventato dall’ex numero uno del parco dei Nebrodi che polverizzato gli affari miliardari di Cos nostra coi terreni demaniali? “Ha fatto bene a vararlo: adesso lo utilizzeremo anche noi”, promette il governatore.

D’altra parte non potrebbe che essere così visto che il 26 settembre scorso quel regolamento è diventato legge dello Stato. Dati alla mano, si tratta probabilmente della più importante legge antimafia dopo quella approvata nel 1982 su input di Pio La Torre. Il deputato comunista aveva capito che per fare male ai boss bisognava togliergli le “roba“, cioè confiscargli le ricchezze accumulate: un’intuizione fondamentale. Pagata con la vita. Lo stesso conto che Cosa nostra voleva presentare al presidente del parco dei Nebrodi, colpevole di aver avuto un’idea semplice ma efficace quasi quanto quella di La Torre. Il protocollo Antoci, infatti, altro non è che un accordo stipulato nel 2014 con l’allora prefetto di Messina, Stefano Trotta. Una norma che prevede l’obbligo per i concessionari dei terreni demaniali – cioè gli affittuari degli appezzamenti di proprietà delle Regioni – di presentare il certificato antimafia. Sembra una cosa ovvia, ma fino a quel momento nessuno lo aveva mai chiesto, soprattutto per i terreni che valgono meno di 150mila euro.

Risultato? La Regione Siciliana ha scoperto che almeno 4mila ettari dei suoi terreni erano in mano a soggetti riconducibili alle più importanti famiglie di Cosa nostra: migliaia di metri quadrati di boschi e pascoli affittati da decenni a personaggi vicini ai clan. “Il nostro protocollo – spiega Antoci – ha mandato in fumo affari per 5 miliardi di euro ai boss. E soltanto in Sicilia. Ora che è applicato nel resto d’Italia polverizzerà 40 miliardi di profitti per le mafie”. Sì perché quella che è stata stata ribattezzata “mafia dei pascoli” di arcaico ha mantenuto solo il nome. Da anni gestisce enormi appezzamenti di terreno pubblico, ma per guadagnarci si è specializzata nei progetti europei. Quei terreni di proprietà della Regione siciliana, infatti, hanno fruttato nel frattempo circa due milioni e mezzo di euro di fondi europei all’anno: in pratica un affare a sette cifre con un margine di rischio praticamente minimo e senza un euro d’investimento.

È in questo modo che in passato, e cioè prima che venisse richiesta la certificazione antimafia anche per i terreni che valgono meno di 150mila euro, Gaetano Riina, fratello del più famoso Totò, è riuscito ad incassare 40 mila euro di fondi targati Bruxelles, mentre Salvatore Seminara, considerato il reggente di Cosa nostra ad Enna, si è visto riconoscere una sovvenzione pari a 700mila euro. Grazie al protocollo di Antoci, insomma, Cosa nostra si è vista chiudere i rubinetti da Bruxelles. Mentre le indagini sui sequestri sono diventate più snelle. “Il prefetto di Messina  salutando la città, diceva che in un anno e mezzo ha firmato 57 interdittive antimafia. Tutto grazie al nostro protocollo. Ed è sempre grazie al nostro protocollo che le richieste di sequestro sono diventate molto più veloci: basta sommare le false dichiarazioni antimafia ai curriculum dei concessionari dei terreni e il gioco è fatto”, racconta l’ormai ex presidente del parco dei Nebrodi. È per questo motivo che i boss lo vogliono morto. Per il momento non ci sono riusciti. A farlo fuori, invece, è arrivata la politica: dal Pd che non lo ha candidato, al centrodestra di Musumeci che lo ha rimosso. Le larghe intese anti antimafia in Sicilia funzionano benissimo.

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