Come una partita della Nazionale. Oppure come Sanremo. Rituale collettivo più che evento televisivo. Montalbano è così, un appuntamento che sta nel solco della tradizione nazionalpopolare, con quasi vent’anni di messa in onda alle spalle che non ne hanno intaccato minimamente la gloria. Undici milioni di italiani ieri sera si sono sistemati davanti alla tv per vedere il nuovo episodio della serie tratta dai romanzi di Andrea Camilleri. Undici milioni e 386mila spettatori, per l’esattezza, con il 45,1% di share: il miglior risultato di sempre. Si percepisce quasi da qui, la soddisfazione che svolazza nei corridoi della Rai, perché Sanremo è Sanremo e Montalbano è Montalbano. Uno via l’altro così, con l’Isola dei Famosi che scappa e si rifugia nel martedì per non soccombere, c’è di che gongolare.

La giostra degli scambi“, questo il titolo della nuova storia, del nuovo intrigo che Salvo Montalbano-Luca Zingaretti cerca di chiarire. In un’intervista uscita su Libertà nel 2002, a Camilleri chiesero se gli scocciasse essere accusato di eccessiva prolificità: “Rispetto a chi? – rispose lui – Rispetto a Balzac non sono prolifico. E nemmeno rispetto a Georges Simenon. La differenza è che Simenon ci ha messo una vita per scrivere 214 romanzi. La prolificità non esiste, esiste il ritmo che riesci a mantenere. Quando mi accorgerò che la mia scrittura non cresce più o addirittura regredisce, mi fermerò. Anche perché non mi divertirei più“. E menomale che si diverte ancora, Camilleri. Menomale per chi legge i suoi libri, menomale per chi segue la serie su RaiUno.

Un serie così italiana eppure così internazionale, esportata in 60 paesi. Soddisfazione non da poco, per un paese che non è certo un campioncino nel portare all’estero prodotti tv. Il fatto è che in Montalbano funziona tutto. È un piatto dove ogni ingrediente è di alta qualità e ben dosato, come nella pasta ‘ncasciata o nelle triglie col suchetto spiciali che la cara governante Adelina prepara per il commissario di Vigata. C’è la Sicilia, aspra e bellissima. C’è la storia, che nel tempo non ha perso forza, semmai ne ha acquistata. E ci sono ottime prove attoriali, al punto che ogni interprete della serie si è come trasfigurato nel personaggio. Chi guarda (e chi legge) conosce a memoria vezzi, difetti e virtù dei protagonisti, e ai protagonisti si affeziona.

Bastava accedere a Twitter ieri sera per rendersi conto di quanta nostalgia sentisse il pubblico montalbaniano per il dottor Pasquano (l’attore che lo interpretava Marcello Perracchio, è morto l’estate scorsa a 79 anni). Quando è arrivata la citazione attesa, ‘Pasquano’ è diventato trend nel trend. Un affetto così radicato da rendere impossibile farlo sparire del tutto, il burbero medico appassionato di cannoli: tocca evocarlo, mantenerlo vivo, e “incazzatissimo perché gli chiudono un mese la sala di poker”.

In fondo quella tra gli italiani (e non solo) e il mondo di Montalbano è davvero una storia d’amore. E chissà quando a sparire sarà lui, il commissario. “Montalbano morirà dopo uno scontro con me. Il capitolo è conservato nella cassaforte del mio editore. Solo io, lei e mia moglie, la prima a leggere le mie opere, ne siamo a conoscenza (…). Non volendo fare la fine dei giallisti come Manuel Vàsquez Montalban o Jean Claude Izzo, che sono deceduti prima di far uscire di scena il loro personaggio, io mi sono portato avanti e ho già messo nero su bianco la fine del mio commissario”. Così Camilleri, a Repubblica, nel 2006.  Non resta che godercelo, Montalbano, sulle pagine di un libro, e sullo schermo. Prima di scoprire che tipo di uscita di scena ha immaginato Camilleri per il commissario che ama fare lunghe passiate fino a sotto il faro che sta in cima al molo di levante.