Si è concluso il Festival di Sanremo 2018 e, tirando le somme, si può dire che sia stato il Festival della competenza. Vincono Moro e Meta, come adeguatamente pronosticato dopo la prima serata, ed è giusto così. Premio della critica “Mia Martini” a Ron per il brano scritto da Lucio Dalla. Ed è giusto così. Premio miglior testo “Sergio Bardotti” a Mirkoeilcane. Giusto così.

Ma, come sempre, veniamo al meglio e al peggio dell’ultima serata.

Il momento peggiore: Giovanni Caccamo. Venne a Sanremo per la prima volta nel 2015, scoperto da Franco Battiato. Profilo d’autore, sbancò. Aveva il pianoforte sotto le dita e ciò contribuì a un’immagine raffinata, da cantautore. Il terzo posto dell’anno successivo con Deborah Iurato deve avergli fatto fraintendere quale sia il modo giusto per funzionare. Già, perché quest’anno si è presentato come cantante d’amore, per una canzone in cui – se non hai una voce da cantante vero – rischi grosso. Nelle quattro esibizioni, l’unica volta in cui  il brano è venuto fuori è stata con Arisa; per merito di Arisa. Diafano, mai incisivo, a mio parere una promessa disattesa. Anche a livello di scrittura, Eterno è una canzone che si perde in frasi trite (non le cito, mi sia concesso per pudore), in una generale e sfumata esaltazione dell’amore, esagerata anche per Sanremo.

Il momento migliore: Fiorella Mannoia con Mio fratello che guardi il mondo, ma solo grazie a Pierfrancesco Favino. Quindi Pierfrancesco Favino. Quattro minuti e mezzo di bravura e talento. Ha dimostrato a tutti cosa vuol dire saper recitare, restituire l’umanità della storia raccontata e gestire l’intensità. L’ho scelto, anche se non è propriamente un momento musicale. L’ho fatto, oltre che per la qualità poderosa della recitazione, anche perché si può considerare momento emblematico della filosofia del Festival di Sanremo 2018: far fare le cose a chi ha competenza per farle.

Il monologo di Favino fa il paio con il dialogo tra lui ed Edoardo Leo, in cui i due se la prendono con i personaggi dello spettacolo fuori posto: è la commistione. In Italia vige la regola secondo la quale se sei un personaggio famoso puoi fare tutto. I presentatori scrivono libri, le conduttrici recitano. Questo Festival rimette fattivamente le cose a posto, a partire dal lavoro del direttore artistico, il più completo fra i cantautori italiani, e dei suoi compagni di questo periglioso e lungo viaggio. Ed è stata forse questa la canzone migliore.

Grazie a chi ha avuto il piacere di leggermi questa settimana. E anche a chi ne ha avuto il dispiacere ma non si è abbandonato in sciocche offese personali.

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