Ieri il procuratore di Macerata Giovanni Giorgio aveva detto che l’indagine sulla morte di Pamela Mastropietro era “chiusa”. Oggi, forse anche in risposta a una intervista dello zio e avvocato della 18enne romana fatta a pezzi, l’alto magistrato fa un passo indietro. L’attività investigativa sinora svolta sul caso ha raggiunto “risultati da ritenersi ancora provvisori“, dato che “gli accertamenti di natura scientifica hanno tempi fisiologicamente non brevissimi”. Sono state necessarie ben due autopsie sul cadavere per capire che la vittima è stata colpita alla tempia e al fegato, ma per gli esiti degli esami tossicologici saranno necessari molti giorni. La ragazza, che è stata ripresa mentre entra in una farmacia per comprare una siringa, era scappata da una comunità di recupero e quindi la prima ipotesi è stata che potesse essere morta per overdose.

La Procura di Macerata – si legge nella nota – è “ancora in attesa di conoscere l’esito di numerosi accertamenti di laboratorio, effettuati e ancora da effettuare, da parte del Ris dei carabinieri di Roma”.  Accertamenti relativi, in particolare, alle “impronte rilevate e ai prelievi biologici acquisiti” nell’appartamento di via Spalato 124, dove “ragionevolmente si sono svolti i fatti” (e cioè l’omicidio e lo smembramento del corpo della 18enne), e alla “comparazione dei dati acquisiti e da acquisire ancora nei prossimi giorni con i profili dattiloscopici e biologici di tutti gli indagati”. Si attendono inoltre “le risultanze definitive delle indagini in corso ad opera dei medici legali e dell’esperto in materia di tossicologia e degli esperti in materia di indagini telefoniche ed informatiche in materia di telecomunicazioni”. Gli inquirenti intendono inoltre sentire “anche altri testimoni”.

Nella nota il procuratore precisa che le indagini “non possono ritenersi affatto concluse”. La Procura di Macerata non intende “seguire o acconsentire di fatto a procedure di giustizia sommaria più che mai in una vicenda così delicata”. Allo stato in carcere per omicidio, vilipendio, occultamento di cadavere e concorso in spaccio di stupefacenti, accusati a vario titolo, ci sono tre cittadini nigeriani: Innocent Oseghale, fermato subito dopo il ritrovamente delle valige, per cui il giudice per le indagini preliminari aveva convalidato il fermo escludendo l’omicidio, l’uomo fermato due giorni a Milano dai carabinieri mentre si dirigeva in Svizzera, Awelima Lucky, 27 anni, Desmond Lucky, il pusher che risultava già indagato.