Recep Tayyip Erdoğan, il presidente turco ieri era in Italia, a Roma, dove ha incontrato il presidente Sergio Mattarella e il primo ministro Paolo Gentiloni. Prima ancora, però si è recato in Vaticano, dove ha incontrato il Papa. Com’è noto, tra i 47 Paesi firmatari della Convenzione europea sui diritti umani, la Turchia è in prima linea per violazione degli stessi, totalizzando oltre il 13 per cento delle violazioni complessive. Secondo il rapporto del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite del 2017, il tentativo di colpo di stato denunciato da Erdogan nel luglio del 2016 ha causato la morte di 249 persone, di cui 181 civili, la detenzione in custodia preprocessuale di circa 35mila persone, con prove di tortura dei detenuti. Circa centomila dipendenti pubblici, tra cui 27mila insegnanti, cinquemila professori, funzionari di polizia e dell’esercito, medici, giudici e pubblici ministeri sono stati licenziati; centinaia di organi d’informazione e oltre mille Ong sono stati chiusi.

A 154 membri del parlamento è stata tolta retroattivamente l’immunità, con un emendamento temporaneo alla Costituzione. Questi numeri saranno stati ricordati nelle visite ufficiali a Roma? Le violazioni dei diritti umani da parte del governo turco sono continuate senza sosta nel sud-est del paese a maggioranza curda e circa mezzo milione di persone sono state sfollate. Dunque, la Turchia di Erdogan ha, qui e lì, qualche piccola differenza, per dire, con la Svizzera, ma questo non è un dramma, fuorché per i Curdi, che sono circa trenta milioni nella regione, i quali vorrebbero uno Stato tutto per loro.

La loro disgrazia è che nessuno sa nulla di loro e, soprattutto, che a nessuno importa alcunché. Nessuno sa bene quanti siano, dove si trovino, che storia abbiano, che lingua parlino, le pene che soffrono le allegrie che li animano. Perché i drammi umani non nascono quando vi è sofferenza, ma quando vi si puntano i riflettori. Allora, quando i riflettori si accendono e fanno splendere il loro bersaglio, milioni di voci escono alla ribalta e, senza domandarsi di cosa si tratti, scattano come tigri e leopardi e insultano, bestemmiano, imprecano, amano e odiano. Ma di chi è la colpa se tante cause (i curdi, i venezuelani, i tibetani) non hanno chi le sostenga perché ogni riflettore è puntato sempre sulla stessa questione, quella arabo-israeliana, su cui anche con Erdogan sembra esserci qualche convergenza?

D’altronde, nessuno fra i lettori affezionati di questo blog avrà mai pensato a questa ulteriore colpa di Israele e a questo eterno e ulteriore suo ruolo, vale a dire, che a forza di odiare gli ebrei, tutte le cause passano in cavalleria. Per questo, e basterebbe e avanzerebbe, il presidente Erdogan dovrebbe ringraziare Israele, ma lo stesso vale per tantissimi capi di Stato. Ma voi che dite, nel segreto della sua stanza farà mai una chiamata di ringraziamento?