Ha sorpreso, ma anche riempito di speranza, la notizia che sarà Luigi Manconi a coordinare il lavoro dell’Ufficio Nazionale Anti discriminazioni Razziali (Unar) che rappresenta anche la “cabina di regia” della Strategia Nazione per l’Inclusione dei rom. Una Strategia che questo mese compie il suo sesto anno di vita ma che nei fatti è rimasta vergognosamente dormiente, impolverata dentro le sue 99 pagine, priva di qualsiasi incisività.

Era il febbraio 2012 quando l’Italia, mettendo in atto una Comunicazione della Commissione Europea, si dotò per la prima volta di un documento programmatico che sancisse norme e criteri per la fine dell’esclusione sociale di quelle comunità rom particolarmente segregate e marginalizzate. Il testo indica i 4 pilastri su cui ruota tutta la Strategia, declinati in politiche inclusive negli ambiti della sanità, della casa, dell’istruzione e del lavoro.

«Per quanto riguarda il piano abitativo – dichiarò l’allora direttore dell’Unar Massimiliano Monnanni – bisogna superare la logica dei campi nomadi, agglomerati in cui vengono ammassati gruppi di etnie vari, destinati a trasformarsi in ghetti e a produrre solo emarginazione. Non solo, ma non si può più pensare di risolvere il problema a suon di sgomberi, senza senso che, peraltro, hanno il drammatico effetto di abbassare la frequenza scolastica dei minori».

Dal 2012 ad oggi numerosi enti di monitoraggio internazionale hanno sottolineato in più occasioni come l’attuazione della Strategia italiana continui a soffrire di gravissimi ritardi e di come siano drammaticamente peggiorate le condizioni dei 28mila rom e sinti che vivono nei ghetti etnici denominati “campi nomadi”. Ancora oggi continuano a riscontrarsi forti elementi di criticità dettati dalla poca incidenza di strumenti utili per l’implementazione della Strategia, da una debole volontà politica e dallo scarso livello di priorità riconosciuto nella sua attuazione.

Sei anni fa l’Italia si impegnò di fronte all’Europa di mettere la parola “fine” alle operazioni di sgombero e invece dalla nascita della Strategia viaggiamo su una media di 250 sgomberi forzati annui sul territorio nazionale. Doveva anche essere superati i “mega insediamenti monoetnici”. Eppure dal 2012 ad oggi sono stati più di 80 i milioni di euro di denaro pubblico stanziato per progettare, costruire e mantenere nuovi e vecchi “campi rom”. Il nome della “Strategia” è stato usato da tutti, a proposito e a sproposito; anche per inaugurare nuovi “campi”, per “bonificare” aree dalla presenza di rom e per bandi inutili e dispendiosi.

Al suo interno l’Unar ha vissuto anni travagliati. Negli ultimi 6 anni sono stati 3 i direttori che si sono succeduti e, dopo le dimissioni dell’ultimo, siamo stati per un anno senza una figura che coordinasse il lavoro al suo interno.

Qualche Regione si è mossa in maniera autonoma per rivitalizzare a livello locale la Strategia. L’hanno fatto l’Emilia Romagna e la Toscana, ma con azioni spesso contraddittorie con i principi della Strategia Nazionale. Hanno provato altre Regioni, impantanandosi in Tavoli preparatori. Altre, come la Lombardia, neanche ci hanno provato. Dimenticandosi di quanti vivono la segregazione abitativa, si è invece dato spazio ad una pericolosa “deriva etnica” con l’enfatizzare sedicenti rappresentanze incarnate da persone di “sangue” e “cultura” rigorosamente rom in nome di un’autodeterminazione spesso ridotta in azioni di lobby per salvaguardare interessi di gruppi e rafforzare posizioni personali.

Uno dei pochi servizi vantati dall’Unar è stato quello del numero verde a cui si possono rivolgere quanti desiderano essere tutelati e protetti da azioni discriminatorie. Per questo ha lanciato nei mesi scorsi una gara pubblica per un importo di 2,5 milioni di euro. Troppi se rapportati alle sole 3.000 chiamate che annualmente gestisce. Un servizio importantissimo ma anch’esso in ritardo rispetto ai criteri di efficienza e di economicità.

Non sarà facile il lavoro di Luigi Manconi quando, il 24 marzo, inizierà il lavoro di coordinamento dell’Unar. Troverà nemici e oppositori al di fuori, nel mondo politico, con i soliti sciacalli, arringatori dell’odio e dell’intolleranza. Ma dovrà guardarsi anche all’interno, dove si muove una galassia di soggetti e associazioni divise per storie, obiettivi e soprattutto interessi non sempre totalmente trasparenti.

Ma la sua azione ne siamo certi, saprà andare ben oltre. La sua storia ne è la più sicura garanzia.