Il girone di ritorno è un nastro che si riavvolge su se stesso, un’inversione dei posti assegnati, un calendario allo specchio, un “Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?”.

È, per sua stessa ammissione, un posto dominato dall’idea del rovesciamento. Tuttavia cosa accade se, nel remake capovolto del girone di andata, la prima squadra in classifica incontra l’ultima?

Cosa succede se il Napoli affronta il Benevento nel testacoda del derby campano? Se quest’aggettivo allontana poi, definitivamente, ogni dubbio sull’ubicazione della città sannita?

Da ieri Benevento-Napoli non è più soltanto un’ora di autostrada da casello a casello o un treno preistorico che si rompe puntualmente alla stazione di Cancello, ma è la partita che ha scatenato una caccia disperata ai biglietti in città e dilaniato una parte dei suoi abitanti divisi, in fondo al cuore e senza ipocrisie, nel tifo.

L’antica squadra seguita in serie A o la propria città? Lo scudetto o la salvezza? La vetta o la coda? I potenti o i deboli? Questo è il problema. Il cortocircuito tra la zona alta e la zona bassa della classifica ha avuto nel Sannio ripercussioni più ampie di quanto le altre tifoserie possano immaginare.

Tormentati nel profondo e oscillanti nel giudizio, alcuni sono andati allo stadio indossando la tipica camicia sblusata da Amleto: in una mano il caffè borghetti, nell’altra il teschio.

E quali colori abbiano infine prevalso nella tribolazione interiore dei tifosi multipli non è chiaro nemmeno ai diretti interessati, tuttavia è probabile che la divisione sia stata sostituita dalla pluralità e che l’aut-aut abbia ceduto il posto a un et-et: superata allora la dicotomia tra l’alto e il basso e la rivalità tra i vicini di casa, il tifo sarà andato generosamente a tutti e ventidue i giocatori, pure all’arbitro e ai guardalinee (la cui autostima immagino sia sempre bassissima).

Ma, soprattutto, Benevento-Napoli è, da ieri, il match in cui abbiamo registrato un netto miglioramento della squadra giallorossa: persino i temutissimi minuti di recupero sono trascorsi senza catastrofi, carestie e piogge di cavallette. Inoltre, un Benevento che, coi suoi poveri sette punti, combatte fino alla fine contro i primi in classifica, non si è dimostrato inferiore, per piglio, alle grandi squadre della seria A.

La formazione continua, piuttosto, a suggerire al calcio tradizionale nuove categorie dello spirito con una tifoseria che accompagna i calciatori in lungo e in largo senza smettere di cantare e, allo stesso tempo, con dei guizzi in campo sono già passati alla storia – dove lo trovate un portiere che stende l’attaccante avversario con una mossa di judo?

Certo, resiste all’interno del campionato l’ossessione venale per i punti, ma anche a questo la Strega saprà ovviare senza fare tragedie shakespeariane.

Ps: L’undicesima edizione del Premio Stregone va alla maglia della salute senza la quale è impossibile assistere a un posticipo serale.