Dai tempi del golpe dell’estate 2016 il presidente turco Recep Erdogan si è impegnato a tempo pieno a chiudere giornali, arrestare e minacciare giornalisti in Turchia e fuori. Per qualche strana ragione però, Cipro era rimasta fino alla scorsa settimana relativamente immune. Breve riassunto per i neofiti della questione cipriota: l’isola dal 1974 è divisa a metà tra cittadini di etnia greca e turca separati da una zona smilitarizzata controllata dai caschi blu dell’Onu. Il sud a maggioranza greca è territorio dell’Unione Europea, la Repubblica del nord – non riconosciuta – è considerata dalla comunità internazionale un’occupazione militare turca e da oltre due generazioni vive in un limbo giuridico, soffocato dall’embrargo e dalle attenzioni della madre patria.

Nonostante l’enorme pressione di Ankara e la dipendenza economica dalle finanze turche, la porzione settentrionale dell’isola e i cittadini turco-ciprioti cercano come possono di resistere all’assimilazione culturale. Fino alla scorsa settimana i nazionalisti, coloni turchi e turco-ciprioti vicini ad Erdogan, che chiedono un’eventuale annessione del nord dell’isola avevano lasciato relativamente in pace la stampa turco-cipriota: che sia grazie alla presenza dell’Ue, anche se discreta e di basso profilo oppure semplicemente disinteresse per la stampa turco-cipriota considerata ben poco influente, rimane il fatto che i giornalisti della Repubblica turco-cipriota erano gli unici di lingua turca in grado di poter dire – sostanzialmente – ciò che volevano.

Un privilegio se si considera che repressione e minacce del Sultano non hanno risparmiato fino ad ora neanche la stampa straniera, tanto quella delle minoranze turche in Europa quanto le altre che hanno osato criticarlo. Ma dalla scorsa settimana qualcosa è cambiato. Il settimanale Afrika: un periodico irriverente, pro soluzione (nel linguaggio dell’isola favorevole ad una riunificazione con i greco-ciprioti) progressista e decisamente anti-Erdogan ha pubblicato domenica 22 un editoriale di fuoco contro l’operazione anti-curda ad Afrin che il direttore Sener Levent ha paragonato all’occupazione militare turca di Cipro Nord.

Alla reazione di stizza di Erdogan, che durante un comizio a Bursa ha definito Afrika un giornale “cattivo e da quattro soldi” a proposito della posizione critica nei suoi confronti, sono seguiti purtroppo i fatti: il Sultano ha invitato i turco-ciprioti a reagire ma alla chiamata ha risposto solo la filiale di Akp, il suo partito sull’isola orchestrando una manifestazione sfociata in atti di violenza contro la sede del giornale. Un gruppo di vandali ha distrutto l’ingresso dell’edificio e fatto a pezzi la redazione. La stampa ed attivisti turco-ciprioti anti-Erdogan hanno riconosciuto nei manifestanti un folto gruppo di “Lupi grigi”, l’estrema destra turca, e di coloni turchi. Il mandante spirituale e quello materiale, insomma, probabilmente coincidono.

Brutto segnale dopo che Erdogan ha preso in ostaggio i mezzi di informazione di opposizione nel suo Paese con in testa Cumhuriyet, il cui direttore Can Dünda è fuggito in Germania, e minacciato di rappresaglia gli altri media in lingua turca pubblicati in Germania, Svizzera, Belgio e Paesi Bassi. Eppure con uno scatto d’orgoglio, i turco-ciprioti hanno manifestato lo scorso giovedì contro l’aggressione alla sede della piccola testata, un giornale di scarsa importanza se paragonato a Cumhuriyet. Il corteo di 5000 persone, sceso in piazza in un paese lontano dall’interesse delle cronache internazionali e saldamente sotto controllo di Ankara, ha tuttavia un valore simbolico enorme: nei complessi rapporti di forza tra lo Stato turco, i suoi cittadini e la diaspora il Sultano esercita influenza e riverenza anche a migliaia di chilometri di distanza eppure un questo atto di violenza contro la stampa ha provocato una reazione ferma dei turco-ciprioti. Tanto ferma che la questione della tutela dei giornalisti a Cipro nord è finita sui giornali di mezzo mondo e addirittura sul tavolo del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

E così Cipro nord, l’ultimo dei problemi di Erdogan, tanto irrilevante da meritare giusto una minacciosa menzione a margine di un comizio, potrebbe diventare una seria grana per il Sultano.